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Creep

I’m a weirdo

A inizio anno AVEVO SCRITTO di come i franchise di Matrix e Scream avessero maldestramente reinventato loro stessi con delle supercazzole celebrative.

Meccanismo semplice e letale: non so che storia raccontare, dunque narro una storia su come si raccontano le storie.

È un trucco. Nei casi di Scream 5 e Matrix 4 il trucco era stato imbastito assai male. Però va riconosciuto che un trucco può essere realizzato anche bene.
Creep è la conferma che, con un pizzico di umiltà, un trucco può risultare ben organizzato.
Chi ha qualche dimestichezza con l’horror ha notato il proliferare negli ultimi vent’anni di prodotti realizzati con la tecnica del found footage.
Si tratta di una tecnica che consiste nel costruire un film mostrando una registrazione spacciata per amatoriale, spesso ritrovata per caso. The Blair Witch Project fu fondamentale nel rilanciare il found footage e pochi anni dopo venne seguito da Paranormal Activity.
Il found footage è spesso usato da registi esordienti per realizzare film a costi limitati, magari in maniera indipendente, sperando poi nella distribuzione di qualche major. Il rischio di questa tecnica è il dilettantismo. Realizzare un buon film con il found footage richiede il doppio dell’organizzazione rispetto a un film normale.

Creep è uno degli esempi più riusciti di horror moderno che siano stati prodotti con questa tecnica.

Il motivo sta nella capacità di riutilizzare i meccanismi interni del genere, senza snaturarli.
La storia è semplice (un giorno nella vita di uno psicopatico), i personaggi sono due, l’azione si svolge quasi totalmente in un solo spazio. Non c’è nulla di innovativo, nulla di sconosciuto, nulla che lo spettatore meno avvezzo non possa riconoscere. Eppure l’organizzazione degli elementi è clamorosa.
Dalla prima inquadratura è chiaro che tutto ciò a cui andrà incontro Aaron porterà alla tragedia. Eppure la presentazione degli elementi (es. l’accetta) è eseguita in maniera non esplicita, per piccoli suggerimenti sparsi qua e là, a cui poi si aggiunge una sistematica rimessa in discussione del traguardo a cui arrivare.
In questo quadro emerge la figura di Josef, interpretato da un Mark Duplass in stato di grazia.
Il suo personaggio è eponimo del meccanismo scritto sopra: Josef è uno psicopatico, lo si capisce dalla prima inquadratura in cui compare. Nessun dubbio a riguardo. Nonostante ciò si pone in maniera tale da confutare la propria psicopatia per poi riconfermarla più agghiacciante e distruttiva.

La bravura, a differenza di Matrix 4 e Scream 5, sta nell’applicare questo meccanismo di smontaggio e rimontaggio senza dire che lo si sta applicando.

Umiltà nell’agire, senza velleità onanistico-concettuali, rispetto invece alla spocchia di spiegare e difendersi dietro alla spiegazione.
La parola assume quindi un ruolo fondamentale nel film poiché rilancia verso un altro tipo di concetto, più sottile: l’azione del perturbante.
La grandezza di Creep consiste nella capacità di costruire una vicenda su un elemento come il perturbante, mostrandolo dal primo momento per poi camuffarlo. È un gioco, un trucco: tutto è chiaro e ogni sviluppo andrà verso una precisa direzione, eppure noi, parafrasando The Prestige, “vogliamo essere ingannati”.
E Creep ci inganna con la semplice soggettiva di Aaron, col suo punto di vista, la sua empatia. Siamo in un ottovolante di emozioni che passano dalla paura al sollievo senza soluzioni di continuità, avendo sullo sfondo il perturbante ad accarezzare le nostre viscere, fino al finale, spietato e letale, in cui tutto si risolve nel modo più ineluttabile possibile, grazie a un’accetta che chiude un cerchio che quasi avevamo dimenticato essere stato aperto un’ora prima.
E in tutto questo una domanda sorge spontanea: perché Aaron ha accettato l’incontro finale?
La risposta di Josef è forse la più corretta e al contempo disarmante: perché era la persona migliore che potesse esserci. E dunque, con sottile intelligenza, ha legittimato la costruzione di un film dall’impianto autoriflessivo ma non per questo banale.

Un film piccolo ma complesso, in grado di dimostrare che l’analisi metacinematografica può aprire orizzonti su aspetti ben più pregnanti e interessanti del semplice guardarsi l’ombelico, lusingandosi di quanto sia profondo.

Disponibile su NETFLIX
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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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