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È stata la mano di Dio: e anche di Sorrentino

Ho un debole per Sorrentino.

La sua idea di cinema è distante da istanze prettamente riproduttive.
Sorrentino rielabora, immagina, estremizza. Prende spunto dai suoi maestri, cinematografici e musicali, e racconta.
La capacità che ha di usare la macchina da presa è un piacere per lo sguardo. Ogni immagine, ogni stacco di montaggio, è ragionato al millimetro nella sua sovrabbondanza. Lo si può guardare dieci volte un suo film, e ogni volta si troverebbe un dettaglio, un oggetto, un movimento in grado di risultare nuovo e diverso. Qui sta la grandezza di questo regista: costruire una storia il cui stile rilancia a ogni visione, e a ogni età della visione, verso qualcosa di nuovo. Allo spettatore decidere cosa cogliere.
C’è, però, un limite: lo stile, in casi come Youth o Loro, si fa contenuto. Non si va al di là di ciò che si vede poiché sfugge una messa a fuoco su un racconto o, se vogliamo, sul mettersi al servizio dello spettatore affinché la storia proceda.
Nulla di grave, anzi: per chi ama la professionalità esecutiva non è qualcosa di irreversibile.
Sorge però la domanda: è sufficiente?

La risposta cambia a seconda dello spettatore.

A differenza di MATTEO GARRONE, abile a tenere sempre sotto controllo una storia, a volte Sorrentino si accartoccia su se stesso, nella consapevolezza di ciò che sa fare rispetto a ciò che vuole fare. Basti prendere This Must Be the Place e l’uso reiterato di ellissi narrative che poco hanno a che vedere con la vicenda di Sean Penn e che risultano nulla più che digressioni fine a loro stesse, lungaggini per definire l’insensatezza del mondo risultando esse stesse insensate.
La premessa di cui sopra serve a definire ciò che È stata la mano di Dio non è.
Perché qui, Sorrentino, trova una quadra a tratti sorprendente, degna di quel capolavoro che è e resta Le conseguenze dell’amore.
Non parlo solo a livello tecnico, sempre ineccepibile, ma narrativo.
Il titolo ha duplice valenza: tanto inquadra la vicenda nell’ottica biografica dell’adolescenza del regista, quanto descrive il viaggio iniziatico di Fabietto dopo la morte dei genitori (causata, forse, da quella stessa mano).
In questo modo tutti gli elementi topici e tipici del cinema sorrentiniano si inseriscono in maniera equilibrata e funzionale a garantire l’avanzamento della storia.
Anche i potenziali tempi morti, con digressioni sui caricaturali abitanti dell’universo che ruota attorno a Fabietto, a ben guardare sono null’altro che trasposizioni di una weltanschauung di Fabietto stesso, prima che del regista. E dunque gli sviluppi che ne conseguono si rivelano via via diversi e atti a chiarire il rito di passaggio interno al protagonista.
Tra tutte, la sequenza finale del confronto col regista Capuano, mix micidiale di tensione alla realizzazione del sogno di cinema di Fabietto e disillusione verso la realtà, elemento cardine del fare cinema, è un pugno che non si scorda e che chiarisce i perché di quanto visto fino a quel momento. E ne esce pure un messaggio non banale sulla ricerca di spazio e definizione in un mondo, personale e artistico, nel quale nulla è speciale e interessante perché tuo; lo diventa in base a come lo racconti.
Quindi raccontando, e non dimenticandolo quale punto cruciale di un film, si entra in un altro sistema di giudizio e significato delle vicende.
Un sistema nel quale nemmeno la perdita della verginità, in un amplesso dalle sfumature grottesche per persone coinvolte e ambienti, risulta banale poiché diviene, in maniera universale, ciò che è per la maggior parte delle persone che lo attraversano: una mano per guardare il futuro.
...segui Gianpietro.

Kiss the Rain

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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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