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Perché Matrix 4 e Scream 5 sono lo stesso (brutto) film

Il 2022 è iniziato con due film che danno un’immagine del cinema mainstream deprimente.
Dovevano essere due appuntamenti importanti, due pellicole che sancivano le abilità di registi e sceneggiatori nel rinverdire franchise oramai logori. Buona parte della critica ci è cascata e ha gridato al miracolo. Invece erano dei barbatrucchi, per di più fatti male.

Matrix

Quando uscì Matrix nel 1999 quasi tutti rimasero folgorati dalle scene action acrobatiche, dai vestiti in pelle e dalla fusione di suggestioni cyberpunk con rimandi new age dagli echi messianici. Elementi, questi, di certo non innovativi, ma mixati in modo talmente convincente da creare un canone a sé. Il successo fu planetario, i sequel obbligatori. Istanze autoriali unite a obblighi commerciali nella loro forma più riuscita.
Poco più di vent’anni dopo la trilogia di Matrix è stata rivalutata come una grande metafora sul percorso di transizione cui un individuo può dar seguito, al netto delle scelte di vita compiute dalle (ora) sorelle Wachowski. È sensato? Ognuno si dà la risposta che crede.
Meno sensato è stato realizzare un Matrix 4 che partiva da questo assunto, per compiacersi in pretenziose istanze metacinematografiche.

Scream

Qualche anno prima di Matrix, era il 1996, usciva nei cinema americani Scream di Wes Craven. Horror a medio budget, Scream aveva la furbizia di porsi come slasher autocelebrativo, puntando sul decostruire e analizzare le regole che avevano contraddistinto un genere assai diffuso il decennio precedente. Con l’avvento degli anni ’90, lo slasher si era esaurito. Scream giocava sul labile confine tra la parodia di uno slasher e la sua effettiva messa in scena. Nulla di trascendentale, ma talmente ben equilibrato da risultare un inaspettato successo al botteghino, da cui poi trarre tre sequel, uno più parodico dell’altro.
Quest’anno è uscito un quinto capitolo che si pone come requel (remake e sequel), con tanto di ridefinizione del canone tramite il titolo originale, senza numeri progressivi.

E dunque, Matrix 4 e Scream 5 che senso hanno?

Sostanzialmente nessuno. 
Entrambi sono prodotti che non apportano alcuna evoluzione al franchise, non presentano alcuna innovazione visiva, non hanno sfondato al botteghino (vuoi anche per la pandemia), e, anzi, regrediscono e si nascondono dietro a un dito tanto snob quanto inconsistente: l’autoanalisi concettuale, meglio nota come “supercazzola celebrativa”.
Sono indulgente quando vedo un film brutto. Penso sempre che dietro a un film c’è una troupe che ci ha lavorato, che ha speso energie e risorse per realizzare il prodotto che sto guardando, dunque, se fatto male, può essere un semplice incidente di percorso. Tutti sbagliano. Ma non ho nessuna pazienza verso un regista che tenta di fregarmi.
Mi è difficile esprimere il disappunto che ho provato guardando Matrix 4: due ore e mezza pesantissime, di cui più della metà spese a blaterare teorie pseudo-filosofiche sulla legittimità di mettere in scena un film che parlasse del film stesso, e l’altra metà sprecata in scene action dirette male, per di più con l’intenzione di dirigerle apposta così, a mo’ di sabotaggio indiretto del sistema sequel-franchise in cui quello stesso film si poneva. Non ci siamo. 190 milioni di budget pagati dalla Warner Bros per lasciare carta bianca a qualcuno di dirigere una sega mentale buona solo per un ristretto circolo di registi-pseudo-intellettualoidi, al netto del fruitore ultimo del prodotto: il pubblico. Perché in mezzo al marasma di gomitini-gomitini tra fan e regista, lo spettatore inesperto che voleva legittimamente vedere Keanu Reeves tirare quattro sberle a un tizio a caso che fine fa? Quello dell’allocco, in quanto non viene soddisfatto. Mi starebbe bene se parlassimo di avanguardia; ma con un prodotto mainstream, no. Chapeau a Lana Wachowski per essersi fatta finanziare il progetto più autoreferenziale del 2022.
Scream 5 se la gioca sullo stesso terreno, ma almeno un pochino ci prova a essere anche il tipo di film che critica. Almeno, da amante degli horror, un paio di omicidi con una buona dose di sangue li si vede. È la cornice che è sbagliata, a cominciare dalla sequenza iniziale: il primo omicidio di Scream (1996) è un saggio che tutti gli aspiranti registi dovrebbero vedere per imparare a costruire la tensione dal nulla. In Scream 5 la prima sequenza viene presentata come un omicidio ma si risolve in un’aggressione; la vittima sopravvive e, alla fine, dà pure il la all’ammazzamento dei killer. Nulla di illegittimo, se non fosse che i titoli di testa scattano su quella che dovrebbe essere la coltellata letale, per disvelare, invece, dieci minuti dopo, l’aggredita ancora viva, fasciata qua e là, e in salute. La sospensione dell’incredulità è sacrosanta, se non trascende nell’incoerenza diegetica. In un universo slasher governato da serial killer erculei, se sei la prima persona aggredita, e dunque non sei la final girl, devi crepare. Punto. Manifestare la distanza verso i canoni slasher che si tenta di sovvertire dal di dentro, ribaltando una regola basilare come questa, regge se lo si mette in scena in maniera onesta. Un killer sovraumano che non si fa problemi a sgozzare adolescenti palestrati in pieno giorno, non ha alcuna credibilità quando lascia viva una ragazza indifesa, per di più mingherlina, alla quale ha spezzato una gamba e sferrato vagonate di coltellate manco fossero buffetti. Io, da spettatore, mi sono sentito imbrogliato, non illuminato.
E quindi, cosa se ne trae?
L’assoggettamento a obblighi figli dell’hic et nunc politicamente corretto in cui siamo fagocitati, che impongono presunte rivisitazioni dei canoni costitutivi di un genere in chiave proto-progressista, sotto l’egida della correttezza operativa, ma che si risolvono in sprechi di tempo ed energie tanto vacui quanto momentanei.
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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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