Shibusa

Nel nido di Gen

Ciascuno di noi scopre, nelle città che conosce meglio, una manciata di posti dove torna sempre con piacere, anche se ce ne sarebbero mille da provare, magari straordinari, a cui si finisce col rinunciare.

A Tokyo che, in ogni angolo, in ogni anonimo palazzo, cela meraviglie – quale che sia la nostra  passione – dovrebbe costare ancora più rimpianti tornare spesso nello stesso locale.

Eppure l’appuntamento da Gen Yamamoto è ogni volta un piacere sublime e intenso, un passaggio sempre uguale e sempre nuovo; in questi pochi metri quadrati si comprende appieno il senso della parola shokunin, l’artigiano che cerca col suo lavoro di dare felicità agli altri trovando un senso per la propria esistenza.

Gen è da solo, nel suo locale, dietro un meraviglioso bancone di quercia che può ospitare un massimo di otto persone, impeccabile nella sua giacca bianca con la cravatta scura. Il resto dello spazio è quasi vuoto, un esempio perfetto di shibusa con le pareti scabre e volutamente disadorne per far risaltare il centro della scena.

Poche bottiglie alle sue spalle, frutta selezionata da lui personalmente nelle diverse prefetture del Giappone, bicchieri di cristallo o antiche ceramiche che saranno usati con la stessa cura che si ha in un ristorante kaiseki, accompagnati da fiori o rametti di piante. 

I cocktail sono a base di frutta o altri vegetali, mai troppo carichi di alcool, solo il giusto per esaltare aromi e sapori di ingredienti di qualità rara. Agrumi più o meno noti, fragole, patate e altri tuberi, erbe aromatiche, si sposano con rari saké, gin, whisky, vodke, per produrre piccoli capolavori proposti in due menu degustazione di differenti lunghezze (non c’è da preoccuparsi: anche dal più lungo non si esce provati dal troppo alcool).

L’atmosfera è intima, Gen parla un buon inglese, avendo vissuto e lavorato a New York, e vederlo all’opera, oltre a essere un piacere per gli occhi, è molto istruttivo: ogni gesto è calibrato alla perfezione, ogni ingrediente e la sua origine sono raccontati con passione, niente appare casuale ma non c’è affettazione, tutto sembra naturale e fatto per farci stare bene. 

Un nido in cui godere di quella peculiare eleganza giapponese fatta di poche cose, di conoscenza profonda che arricchisce il lavoro artigiano di una dimensione quasi religiosa, che dà al piacere immediato un significato più profondo. 


All’inferno ci va chi ci crede

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Roberto Bellomo
Ingegnere elettronico pentito, si occupa da anni di persone e organizzazioni, prima come dirigente e poi come consulente di aziende italiane e multinazionali. La passione per la cucina, i vini, più in generale per il bello, è datata: il Giappone è stato l’approdo naturale e l’inizio di una nuova ricerca, ricca di epifanie e di frustrazioni, che non finirà…

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