Vertigini

All’inferno ci va chi ci crede

Non basterà di lui dire che era considerato l’erede letterario di Carlo Emilio Gadda anche se, in un certo qual modo, ciò potrebbe aiutarvi collocarlo. 

Né basterà dire che, col suo stile, ha edificato un genere nuovo, un genere inesistente di cui proprio in Gadda si riconoscono i prodromi. Piuttosto si potrà dire che si trattava di uno stile senza nome, se non il suo, ma tanto forte da innestare di germogli vernacolari testi che, nella loro rizomatica natura, alla saggistica impastavano l’argot in un quadro narrativo di assoluta libertà e finta leggerezza. 

E cosa dire, poi, del suo argot? I linguisti lo chiamerebbero un idioletto, un linguaggio intimo ma intellettualissimo che, proprio grazie agli elementi volgari di cui era popolato, sapeva farsi universale. 

Questo e molto altro era Alberto Arbasino e, in particolare, era l’arte di miscidare l’alto col basso, il profondo col lezioso, il sacro col profano al punto da permettersi licenze come il suo ultimo “dibbattito”, scritto non a caso con lo stesso raddoppiamento – tanto fonosintattico quanto identitario – di “burino”. In un’unica parola, insomma, una critica sardonica alla società e ai costumi, oltre che ai consumi, che aveva imparato a scimmiottare con lo stesso linguaggio di cui questi si servivano, preconizzando il futuro e canzonando il presente come fece in Rap! e, successivamente, ne La vita bassa dove, registrando la virata tribale della società contemporanea, dimostrò di saper leggere il mondo come un libro e, interpretandone i segni, di presagirne il futuro con una sensibilità divinatoria che altro non era se non illuminata lucidità. 

Ed ecco, pur nel dolore, siamo felici di sapere che se n’è andato sereno: non poteva essere altrimenti, del resto, per un uomo che ha piegato il linguaggio e, con esso, il mondo, a sua esatta immagine e somiglianza.

“…ma la brava gente è di più”

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