Sorsi d'autore

Incontro con Mimmo Jodice

Esistono momenti dello spazio, del tempo, in cui le cose non stanno accadendo. Sono accadute, oppure stanno per accadere.  È un’attesa; la sottile tensione emotiva che coglie l’indefinito, l’attimo in cui nulla è dato senza l’evoluzione dell’imminente e quel preciso istante è solo un frangente di luce. Una porzione infinitesimale rubata alle ombre, solo il repentino passaggio di un bagliore che rimane per sempre impresso nella fotografia.

Immaginiamo l’arte come il veicolo delle forze propulsive elaborate da una mente fervida, qualcosa che in qualche modo, in qualche canale linguistico l’artista sente la necessità di esprimere. Se queste forze convergono nell’atto della fotografia e il bianco e nero ne identifica il punto di massima espressione, allora risiedono nella visione artistica assoluta di Mimmo Jodice.

Può dunque avere un senso delineare un’intervista con uno dei più grandi fotografi del nostro tempo, traducendo con la parola il canale linguistico delle immagini? Sono arrivato a Napoli, sono entrato nello studio di Mimmo Jodice e sono stato completamente inebriato dalle sue stampe. Ovunque io possa guardare, i suoi scatti, le sue immagini mi riempiono l’anima.

Dunque occorre sedersi, tirare il fiato prima di poter ritornare a esprimersi con la parola.

Io ho iniziato da ragazzo, proprio giovanissimo, a dipingere e solo più tardi mi sono appassionato alla fotografia. Quando mi chiedevano: tu cosa sai fare bene? Io so vedere.

Sono stato accolto dalla figlia Barbara che in questi anni collabora all’immenso lavoro di archiviazione delle infinite stampe di Mimmo Jodice e dalla signora Angela, sua moglie, che rappresenta davvero la metà di tutto, in un’imprescindibile fusione di coppia che lo stesso Jodice, in un recente intervista, ha definito “la mia compagna di tutte le esperienze”.

È una bella giornata di sole, di un autunno che tarda ad arrivare e nello studio di Mimmo si è creato un clima meraviglioso, mi sono sentito davvero in famiglia, godendo della proverbiale gentilezza partenopea. Sicché ho capito subito che questa non sarebbe stata un’intervista di routine, ma qualcosa di straordinario e indimenticabile. Del resto, per un appassionato di fotografia, ritrovarsi a stretto contatto con Mimmo Jodice nel suo atelier è come per un amante della pittura entrare agli Uffizi.

Tutte le fotografie le ho stampate io. Ho lavorato la notte, in camera oscura. Tutta la vita.

Già, tutta una vita. Mimmo Jodice è nato a Napoli nel 1934, fra le insormontabili difficoltà di una famiglia in cui rimane orfano del padre a 4 anni e fin da piccolo deve aiutare la mamma a tirare su i fratelli. Poi arriva la guerra. Inizia come garzone e le ore di lavoro in quegli anni, nel sud Italia erano assurde, ciò nonostante, col passare del tempo in lui cova una viscerale passione per la pittura e la scultura. Come due vite una dentro l’altra, di giorno deve lavorare per vivere e la sera con gli amici condivide l’ambiente dell’arte. Frequenta l’Accademia di Belle Arti e un giorno: la svolta grazie a un amico che gli regala un ingranditore.

Siamo in camera oscura e Mimmo, assieme ad Angela continuano a raccontare la loro vita di esperienze in comune. È una bellissima sensazione; mi appaiono davvero come una cosa sola. L’anno prossimo saranno sposati da sessant’anni. Ed è vero che Mimmo ci passava le notti, lì dentro… al limite del divorzio, come dice Angela, scherzando.

Ingranditori, vasche dei lavaggi, avvolgitori. Poi le cornici per riquadrare le immagini. E una parte dell’archivio impilata sulle mensole della parete di fondo.

Ho sempre usato la fotografia analogica. Gli interventi in camera oscura erano pochi e limitati al movimento della carta e all’uso della luce.

Ma è proprio in camera oscura che si esprime l’arte di Mimmo Jodice. Nulla che si possa ridurre al semplice atto di stampa. È qui che dunque appare quel frangente di luce, quell’infinitesimo istante che sulla carta sarà per sempre. Entrano in gioco delle forme, alcuni strumenti costruiti a mano che ci rivelano un Mimmo Jodice artigiano della fotografia. Piccoli oggetti, tante sagome che consentono un passaggio diverso della luce, a seconda di come si posizionano. Un’arte delle movenze fatta di gesti rapidi che diventano rituali.

La luce vibra, muta per sempre sotto il repentino controllo di quella danza delle mani che Mimmo sapientemente accompagna sempre alla musica. Questo accadeva notte dopo notte.

Stampe su stampe, che solo apparentemente sono uguali. Invece ogni stampa è diversa, distinta da un dettaglio decisivo che Mimmo Jodice rintraccia e promuove. Quella selezionata, fra tante, tantissime, sarà la fotografia che andrà in mostra. Che andrà al committente.

Non so se abbia particolare senso, ripercorrere qui in poche righe tutta la lunga vita artistica di Mimmo Jodice. Sono quasi sessant’anni che che lavora nella fotografia. Però dobbiamo tornare indietro, perché è necessario sviscerare un altro momento fondamentale della sua arte.

Sono partito da sotto zero.  Allora il colore non c’era ancora.

Non possedevo ancora una macchina fotografica, ma solo un ingranditore. Con questo mi sono esercitato, tentando di capire le possibilità che questo strumento mi offriva. Poiché la mia cultura era soprattutto pittorica, ho cercato di usare questo strumento per realizzare lavori concettuali.

Le prime cose che perseguiva Mimmo Jodice, compenetrato dal desiderio di esprimersi, dalla pittura, dalla scultura, erano fotografie che solo dopo si sono rivelate come arte concettuale. Stava già in parte emergendo quel principio di astrazione che poi caratterizzerà tutti i lavori del fotografo, alla ricerca di una poesia dell’immagine. La sua fotografia è da intendersi come uno strumento espressivo. Non descrittivo.

Negli anni Sessanta attorno alla figura di Lucio Amelio si muove un interessantissimo fermento artistico. Fra la fine del decennio precedente e gli anni del boom economico esplodeva negli Stati Uniti la Pop Art. Amelio seppe portare a Napoli alcuni degli interpreti più significativi di quel movimento artistico. E tutto questo accedeva a poche decine di metri di distanza da dove Mimmo aveva il suo studio. Sol Levitt, Joseph Kosuth, ma anche Michelangelo Pistoletto, Alberto Burri, sono stati davvero una palestra d’arte per Mimmo Jodice.

Questo è Andy Warhol… [Mimmo Jodice mi mostra alcuni ritratti e quadri firmati]Joseph Beuys, sono dedicati a me.

Le performance artistiche che si tenevano allora, facevano venire l’acquolina in bocca a Mimmo. Ma Amelio non è stato mai il gallerista di Jodice, non era prettamente indirizzato alla fotografia. Del resto Mimmo non perseguiva cose eclatanti, i suoi lavori erano, per così dire, sottili. Potremmo aggiungere, suggerisce Angela, che la semplicità, l’umiltà di Mimmo gli hanno poi regalato un ruolo fondamentale nella fotografia italiana [e mondiale] per meriti, non certo per pressioni; Mimmo è sempre stato uno che si è nascosto.

Dietro l’occhio della macchina fotografica, aggiungerei io. E intanto lui fotografava. Si stava sdoganando. Si stava lentamente allontanando da quel mondo di immense difficoltà, dove la fatica e la dedizione totale erano i veri motori della continua ricerca del fotografo. Agli inizi non c’erano nemmeno i soldi per una macchina fotografica. I fogli per le stampe lui e Angela li comprano sbustati, a due alla volta.

Però l’opera di selezione di Mimmo Jodice non avviene solo in camera oscura.

Non dimentichiamo che nel mondo della pellicola già si scattava molto meno. Le pose erano poche, in particolare nel medio formato su cui poi si concentra il fotografo, prima con Plaubel, con Hasselblad poi. E fra i provini, i negativi, Mimmo segnava quelli che poi avrebbe lavorato in camera oscura.

Ma ancor prima di tutto questo, la vera prima selezione, l’atto rivelatorio della fotografia di Mimmo Jodice è l’indagine. Il fotografo raggiungeva il luogo del soggetto fotografico, ma non fotografava mai subito. Iniziava un lavoro di perlustrazione che in primo luogo metteva in relazione lo spazio con la luce, per individuare come esso cambiava in funzione del trascorrere del tempo. Prendeva appunti, segnava orari, sembrava lavorare come Federico Fellini che tirava giù le sue sceneggiature con dei bozzetti, dei disegni. Era un lavoro che poteva durare giorni, il sopralluogo e poi gli scatti. Lo ha fatto per tutta la vita fotografica, Mimmo Jodice e sempre in compagnia della moglie Angela, perché non amava andare fuori da solo. E poi lo ha fatto con i suoi figli, fin da piccoli, educandoli a vedere. 

Tu vedi questa cosa, così? Allora torniamo fra un’ora. E’ cambiata. Perché è cambiata la luce.

Forse non è un caso, dunque, che anche i figli Barbara e Francesco siano diventati fotografi.

Lo scatto fotografico per Mimmo Jodice diviene quindi l’atto intermedio, la fase transitoria fra la visione rivelatoria del soggetto e il lavoro in camera oscura.

L’indagine, la transizione; la selezione intesa come lavoro autoriale, l’esposizione multipla, vibrante e la danza delle mani in camera oscura. Può forse essere questo il modus operandi artistico di Mimmo Jodice?

La luce. Il primo atto. Poi però nello spettacolo della sua fotografia entrano in scena attori indefiniti: il surrealismo. I canoni interpretativi. La codificazione del linguaggio. L’astrazione. L’arte concettuale. Potremmo trovare una chiave di lettura attraverso alcune parole di Angela: Mimmo ha sempre avuto quest’aria surreale, metafisica. Come se galleggiasse in uno spazio diverso. Ma mi piace pure tantissimo uno spunto della figlia Barbara, quando ripercorriamo alcuni scatti con Mimmo, che rappresentano anche l’evidente ricerca della simmetria:

Mimmo è molto rigoroso.

Per stemperare queste nostre riflessioni, fra una foto e l’altra, si è fatta l’ora di pranzo e decidiamo di salire a casa e metterci a tavola. Con me avevo portato un Nino Negri, Inferno Carlo Negri Valtellina Superiore DOCG 2017, quasi come desiderio di contrappunto alla tavola partenopea dove un ottimo primo, preparato dalla signora Angela, in realtà si è sposato benissimo con il Nebbiolo lombardo. Magie delle affinità elettive. A seguire, bocconcini di mozzarella di Bufala locale da una parte e una punta di Parmigiano-Reggiano di 40 mesi del Nonno Contadino (Reggio E.) che porto quasi sempre con me.

Viene fuori che Mimmo Jodice, assieme ad altri fotografi, era stato voluto per il libro di Ca’ del Bosco: 11 Fotografi 1 Vino.

Poi come dolce, tornando nel pieno della nostra esplorazione dell’arte di Mimmo Jodice, ci concentriamo su un’altra pubblicazione: Dolcipersone di Fabrizio Mangoni, dove il fotografo individua delle preparazioni di pasticceria -ogni dolce rappresenta una persona che in esso si identifica- fotografate in bianco e nero, ma abilmente ricolorate totalmente a mano dallo stesso Jodice.

Parallelamente all’opera di Mimmo Jodice, divisa fra tanti progetti e temi, occorre rilevare che il fotografo napoletano, nei decenni si è anche personalmente curato di acquistare, quindi collezionare libri di fotografia e riviste di settore, creando una preziosa biblioteca, anch’essa oggetto di una minuziosa opera di catalogazione da parte della figlia Barbara e di Veronica, assistente in studio.

Ho sempre comprato libri di fotografia, quando andavo fuori per lavoro. Naturalmente prendevo anche i cataloghi di tutte le mostre, ma ero particolarmente interessato alle riviste americane sulla fotografia.

Se possiamo considerare la mostra al Teatro Spento di Urbino del 1968, presentata da Carlo Bo, come uno dei più significativi punti di partenza nella carriera di Mimmo Jodice, dobbiamo sottolineare con altrettanta enfasi alcuni sodalizi artistici fondamentali.

Nei primi anni ’80 viene pubblicato un lavoro dal titolo Esplorazioni sulla via Emilia che sviluppa il tema con le fotografie di Luigi Ghirri e Mimmo Jodice. Un fotografo emiliano che scatta a colori e che incontra un fotografo napoletano che scatta in bianco e nero. Luigi rispettava molto il lavoro di Mimmo, ci racconta Angela; Mimmo adorava il lavoro di Luigi.

E sempre negli anni ’80 Mimmo Jodice lavora con due grandi architetti del panorama mondiale: Alvaro Siza e Vittorio Gregotti. Emergono scatti fotografici di straordinaria bellezza, ove la purezza della luce compenetra le architetture, esaltandone i tratti plastici e le volumetrie, riconducendo così la fotografia a un vero e proprio atto scultoreo.

Ecco cosa mi mancava, prima, nel tentativo di individuare fra un capoverso e l’altro, la sintesi espressiva dell’arte di Mimmo Jodice, sempre che questa si possa ricondurre a una forma linguistica scritta con la parola: la luce immortalata da Mimmo Jodice nel suo atto formale di estrapolazione del soggetto dalla realtà, riconduce a una dimesione tridimensionale che per assurdo annulla immediatamente la bidimensionalità del supporto fotografico. Le fotografie di Mimmo Jodice sono dunque oltre la fotografia; sono un bassorilievo. Sono una scultura.

Cosa poter ancora dire? Ritengo che l’ultima parola spetti a Mimmo Jodice, perché desidero concludere con un finale secco, alla Stanley Kubrick: allora, quale potrebbe essere il suo prossimo tema?

Ora vorrei affrontare il tema del vuoto.

...segui Mimmo Jodice.

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Thomas Coccolini Haertl
Architetto e Sommelier (AIS, dal 2017), si è occupato di progettare gli stand di Ferrari F .lli Lunelli, Gruppo Mezzacorona, Sartori, Bertani Domains, Cantina si Soave e altri, al Vinitaly e non solo, e collabora con alcune testate giornalistiche specializzate come Spirito diVino, WineStop&Go. Assiduo frequentatore di cantine, crede nella multisensorialità quale aspetto fondamentale del vivere quotidiano.

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