Il senso del dovere

ROS: gli eredi di dalla Chiesa combattono ancora mafie e terrorismo

Generale Pasquale Angelosanto – Comandante del ROS

Il senso del dovere tra queste mura ha un nome che si pronuncia sottovoce. Chi lo portava lo ha lasciato in eredità con l’esempio, il modo più nobile di insegnarlo. Di Carlo Alberto dalla Chiesa c’è un’immagine in ogni stanza, oltre al busto sullo scalone principale, ma di lui non si parla: lo si sente, è qui con noi durante l’intervista. Nel 1974 aveva creato il “Nucleo speciale antiterrorismo” dei Carabinieri, per combattere le Brigate rosse. Quasi vent’anni dopo, a raccoglierne il testimone è stato il “Raggruppamento Operativo Speciale”, il ROS come tutti lo conosciamo, il reparto investigativo specializzato nella lotta a criminalità organizzata e terrorismo.

Pasquale Angelosanto lo guida dal 2017. Generale di Divisione, 63 anni, è in prima linea dal 1985, quando gli fu affidato il comando della Tenenza di Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina. Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta, terrorismo internazionale: ha lavorato in tutti i contesti “caldi”, spaziando – solo per citarne alcuni – dalla “Catturandi” del ROS all’Anticrimine di Roma, dal comando provinciale di Reggio Calabria alla direzione di una divisione operativa del SISDE (oggi AISI, il servizio segreto che si occupa della sicurezza interna).

Tante le indagini, tanti i risultati operativi e gli arresti eccellenti cui ha partecipato: uno per tutti Carmine Alfieri, capo della camorra napoletana, quando comandava il Nucleo operativo di Napoli II. Era il 1992, l’anno del tritolo e delle stragi.

Generale, che cos’è per lei il senso del dovere?

«È andare oltre “quello che è dovuto” da qualsiasi funzionario dello Stato, vuol dire impegnarsi maggiormente: “quello che è dovuto” è troppo poco». 

Il ROS compie trent’anni: quanto avete dovuto “cambiare pelle” per adeguarvi alle nuove sfide della criminalità?

«Questo è l’aspetto che più caratterizza il Raggruppamento: la capacità di adattare il proprio modello di contrasto all’evoluzione delle minacce, che negli ultimi trent’anni sono completamente cambiate. Abbiamo dovuto modificare alcuni reparti e crearne di nuovi, adeguare procedure e soprattutto le tecnologie a supporto delle indagini».

Le mafie pesano i soldi anziché contarli, riesce lo Stato a stare al passo?

«Nel contrasto si seguono diverse direttrici e una di queste riguarda l’individuazione e la sottrazione delle ricchezze, si punta a all’impoverimento delle organizzazioni. A fronte di strumenti tecnologici sempre più sofisticati dobbiamo rispondere con le dotazioni da un lato, ma soprattutto con personale altamente qualificato e costantemente aggiornato. Disponiamo anche di ufficiali provenienti dai ruoli tecnici, ingegneri informatici e delle telecomunicazioni. Investiamo molto nella preparazione e ci confrontiamo continuamente con altre polizie europee su procedure ed equipaggiamenti. Il Comando Generale dell’Arma si è dotato di reparti incaricati di fare ricerca e potenziamento tecnologico e ha sottoscritto diversi protocolli con università italiane».

Con il ritiro dall’Afghanistan è aumentato il rischio terrorismo?

«Mi sento di rispondere di sì, anche se complessivamente non ci sono segnali specifici che riguardano l’Italia. È aumentato perché non sappiamo quale potrà essere l’atteggiamento del governo talebano nei confronti delle due principali organizzazioni terroristiche, Daesh e Al Qaeda, che da sempre si contendono la leadership della jihad globale. Questa incertezza aumenta le difficoltà di capire il tipo di minaccia».

In Italia il rischio maggiore che potete ipotizzare è un attacco su larga scala o il lupo solitario?

«In Occidente, il rischio correlato al terrorismo di matrice jihadista è ritenuto più contenuto, se viene considerata la minore capacità delle organizzazioni più strutturate a realizzare attacchi complessi su larga scala. Il rischio c’è sempre, ma credo più da parte di lupi solitari, sia legati ad organizzazioni sia autonomi che si autoradicalizzano».

Si riescono a prevenire?

«Quando c’è un percorso di radicalizzazione ci sono segnali che possono essere intercettati, non solo dalle forze dell’ordine, ma anche in carcere, nella scuola o dai servizi sociali. In Italia c’è un sistema di coordinamento estremamente efficace, il “Comitato di analisi strategica antiterrorismo” che si riunisce settimanalmente e consente uno scambio costante di informazioni e la possibilità di verificare anche il minimo sospetto. Bisogna però essere chiari: ci sono attentati a prevedibilità zero, concepiti e realizzati in un tempo così rapido e con l’utilizzo di pochissime risorse (un coltello, un’ascia, un’auto o simili) veramente difficili da anticipare».

L’assoluzione da parte della Corte d’assise di Palermo di alcuni ufficiali del ROS è di poche settimane fa: vi crea frustrazione il fatto che andando a stretto contatto con la criminalità c’è il rischio che qualcuno sospetti di voi e addirittura vi metta sotto processo?

«Noi lavoriamo nel massimo rispetto delle regole e delle leggi, informando sempre l’autorità giudiziaria: è difficile che possa accadere. Diciamo che non ci pensiamo…»

Le cronache raccontano che Paolo Borsellino avrebbe detto a Giovanni Falcone: “Ecco uno che sogna di sconfiggere la mafia applicando la legge”. Crede che oggi sarebbe necessario qualche aggiornamento normativo?

«Quella italiana non ha uguali al mondo: abbiamo tipizzato un’associazione a delinquere per cui è reato il fatto stesso di associarsi. Non solo, le norme ci consentono di incidere sui patrimoni puntando a impoverire oltre che scompaginare l’assetto militare delle cosche. L’esigenza maggiore che avvertiamo è l’allineamento legislativo tra gli Stati specialmente in Europa, perché le mafie sono diventate transnazionali e si fa ancora fatica a colpirle all’estero».

Sempre Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tale avrà una fine. Nicola Gratteri, Procuratore di Catanzaro, sostiene invece che sarà sconfitta all’80 per cento perché in fondo a ognuno di noi c’è un piccolo ‘ndranghetista che in qualche modo viene fuori: qual è il suo parere?

«Io credo che la fine ci sarà, il problema è quando: per la continua azione di contrasto, le organizzazioni mafiose si sono indebolite, alcune hanno perso l’elevata capacità militare e il ferreo controllo del territorio e finanche ridotto la potenzialità economica che avevano trenta o quaranta anni fa. Questo è dipeso dall’azione dello Stato, ma anche dalla maggiore percezione del problema: cittadini, stampa, scuola, ognuno deve fare la sua parte».

Se si può azzardare un bilancio, le mafie stanno perdendo terreno?

«Quelle che hanno intrapreso un certo tipo di strategia sono state non dico sconfitte, ma fortemente depotenziate; il problema è individuare le nuove tattiche che stanno usando, come la sommersione, ossia la capacità di mimetizzarsi attraverso la minore eclatanza delle azioni delittuose. L’obiettivo è conseguire potere sul territorio, ma soprattutto fare soldi. Oggi l’organizzazione mafiosa va individuata nei suoi assetti imprenditoriali, nella capacità di inserirsi nel sistema legale degli appalti e dell’economia. Le più pericolose sono quelle che sono riuscite a darsi questa veste. Per non parlare soltanto di ‘ndrangheta, pensiamo alla camorra dei casalesi, a mio avviso tra le più articolate e pericolose organizzazioni mafiose campane, che riusciva a governare il sistema degli appalti nella regione e faceva affari nei settori più disparati».

Carriera piena di brillanti operazioni la sua: qualcuna che ricorda in particolare?

«La cosa più bella del nostro lavoro è il rapporto che si crea con il personale per il fatto di svolgere un’attività difficile e rischiosa. Arrestare un latitante è un risultato notevole, ma al di là del momento di celebrità e di esposizione mediatica, la fatica e i sacrifici per conseguire il successo creano legami che non hanno pari. Si percepisce la consapevolezza di far parte di una struttura che fa vincere lo Stato e restituisce libertà ai cittadini».

Un’operazione che ha ancora sul gozzo perché non è andata come doveva?

«Gli errori si fanno: di valutazione, tempistica, scelta investigativa. Si identifica il giusto obiettivo, ma si sbaglia strada o viceversa. La cosa importante è farne tesoro perché è su quello che si cresce. Quando comandavo l’Anticrimine avevamo fatto una lunga indagine che puntava a individuare i residui della decina romana di cosa nostra, che era stata costituita negli anni ’80 da Pippo Calò. Pedinamenti e appostamenti ci avevano portato in una villa fuori Roma dove si sarebbe tenuto un incontro importante. Facemmo irruzione ma trovammo solo una tavola imbandita: tutti fuggiti! Ripensando agli errori, dopo pochi giorni siamo riusciti a recuperare il filo e li abbiamo arrestati in provincia di Frosinone. Bisogna avere la forza di dire “abbiamo sbagliato, ripartiamo da zero” senza ostinarsi su una strada: se c’è questa capacità lo strumento funziona e i risultati arrivano.

Un nome a caso: Messina Denaro…

«Non è il capo di cosa nostra come tanti pensano, ma ha saldamente in mano quella trapanese. Noi non cerchiamo solo il latitante, ma di individuare la struttura che lo supporta e lo favoreggia. Pur non essendo pervenuti al risultato fino ad ora, negli ultimi anni sono stati arrestati numerosi capi e associati dei mandamenti mafiosi della provincia di Trapani e sequestrati beni e ricchezze a loro riconducibili. Indebolire significa sottrarre risorse che consentono di continuare la latitanza».

Un obiettivo per il futuro?

«Mi piacerebbe soprattutto seminare e impostare l’attività del ROS in modo che possa continuare a conseguire risultati nei prossimi anni. A proposito di “dovere”: il mio di oggi è questo».

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Carlo Bocchialini
Giornalista con un breve passato da avvocato, per le riviste del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera, ha realizzato servizi e reportage in Italia e nel mondo per poi approdare a Parigi come corrispondente durante la presidenza Sarkozy. Ha collaborato anche con vari periodici e quotidiani nazionali. È stato professore a contratto di “Linguaggio del giornalismo” all’Università di Parma e si è diplomato in Terrorismo Internazionale all’Università di St. Andrews in Scozia. Appassionato di arti marziali da più di trent’anni, insegna Krav Maga, disciplina israeliana di difesa personale, di cui è cintura nera 2° dan e istruttore federale. Studiando la materia ha creato il metodo “Metis Krav Maga”, che coniuga difesa “fisica” con prevenzione, strategia e gestione dello scontro. Sulla materia ha pubblicato “Imita la tigre – Manuale di difesa personale per uomini che vogliono difendere le donne (e per donne che intendono farlo da sole)”, in vendita su Amazon. (La foto è merito di Gio’ Rossi.)

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