Sorsi d'autore

Incontro con Mario Trimarchi

Avete mai pensato che la maggior parte degli oggetti ci sopravvivono? Anche quelli più comuni, di uso quotidiano. Il calice che usiamo per bere il nostro vino preferito, ad esempio, fra tremila anni ci sarà ancora. Sarà ancora perfetto. E qualcuno potrà usarlo nuovamente, proprio come stiamo facendo noi.

Questa riflessione è uno dei punti cardine della ricerca di Mario Trimarchi, designer e architetto che dalla nobile Sicilia approdò a Milano ove ha largamente contribuito all’evoluzione del design italiano e non solo:

Ci furono degli incontri di lavoro, a Reggio Emilia, in cui conobbi Mario Trimarchi, assieme all’architetto Gian Franco Gasparini e finalmente ci rivediamo, dopo tanto tempo; per questo metto in tavola una bottiglia di Kettmeier 1919 Riserva Extra Brut 2014 e una punta di Parmigiano-Reggiano 40 mesi della selezione Nonno Contadino (Reggio E.). E iniziamo a parlare di scuola, dalla Domus Academy, ove Mario Trimarchi consegue il Master in Industrial Design nel 1984.

C’era un grande spirito di gruppo. Milano allora veniva fuori dagli anni ’70, c’era il desiderio di incontrarsi, uscire, vedersi sempre. Di usare la scuola come strumento per capire il mondo. Irripetibile.

I designer, gli architetti, il mondo della moda si trovava a Milano in Domus Academy; nasceva come il primo esperimento di incontro fra professionisti e studenti che, a differenza di oggi, erano solamente trenta. La scuola era davvero uno strumento di confronto e docenti come Ettore Sotsass, Andrea Branzi, Mario Bellini, Clino Castelli si sevedano al tavolo con gli studenti, assieme a Daniela Puppa, a Gianfranco Ferré.

A Trimarchi post-master fu chiesto di restare e dopo la gestione di Ezio Manzini, ci furono i 4 anni della sua guida. 

Passare da lì a tutti noi ci è servito tantissimo. Abbiamo imparato un metodo. Si diceva allora, quasi per la prima volta, che le scuole di design non dovevano fornire soluzioni, ma dovessero sviluppare le domande giuste. È stato un “momentone”.

Oggi invece bisogna dare delle risposte. Allora Milano era certamente in grandissimo fermento. Aveva una editoria di settore molto articolata e potente. Tutti leggevano di design, di architettura. Di moda.

Attori di quel mondo come Armani, Versace riuscirono a portare il centro della moda da Parigi a Milano. Si lavorava tanto. Arrivavano commesse dal Giappone, da tutto il mondo. Gli studi di progettazione così si sono ingranditi, sono diventati delle macchine da guerra e oggi il contatto con i grandi designer e architetti richiede tempi diventati quasi improponibili. E intanto apriamo Kettmeier, è  alla temperatura giusta. Servo nei bicchieri. Fuori c’è bel tempo; una vibrante, chiassosa Milano. Chiudiamo la finestra. Iniziamo a sorseggiare. 

L’ufficio di Mario Trimachi è pieno di oggetti, schizzi. Allora butto l’occhio sulla maquette di Ossidiana, la caffettiera progettata per Alessi nel 2014. 

È una sfida che mi sono posto per capire i limiti, i confini che ci sono fra design e scultura. Lo scultore, quello classico della pietra, prendeva un blocco senza forma; ci trovava dentro una forma. Ci vedeva dentro una statua. Ho cominciato a prendere zucchine e melanzane (non la pietra) per tagliare e togliere.

Da quando abbiamo la possibilità di fare modellazione 3D, si lavora sui volumi, montandoli fra loro con un criterio ad aggiungere, non a togliere. Quella maquette realizzata scavando la plastilina, ha dettato una forma che è rimasta quasi invariata, fino alla Ossidiana che ora tutti conosciamo.

La plastilina come se fosse pietra e il manico, un rametto che era solo per dire: cerchiamo di fare un oggetto che sia “laterale”, rispetto a quello che c’è. Che esiste.

È necessario lavorare con la luce. Un oggetto ha una una spazialità, c’è da girarci intorno e individuare le sue ombre. Per questo la fotografia ha un ruolo centrale nella presentazione e comprensione degli oggetti. Prima dell’avvento di internet, potendo fare riferimento solo alle riviste, si realizzava un unico scatto fotografico che era la rappresentazione iconica di un oggetto. In particolare, Aldo Ballo ha inventato la fotografia di design. L’immagine del prodotto diventava più importante del prodotto stesso. Oggi, con tanti canali paralleli, Instagram, Facebook, LinkedIn, il bombardamento mediatico ti porta a vedere e rivedere gli oggetti continuamente. Un progetto viene fotografato, didascalizzato e messo subito in giro. Le fotografie sono pensate per i siti di vendita online, non per la comprensione stessa dell’oggetto e chiunque esegue scatti, potendolo fare facilmente. Poi con la renderizzazione non si riesce nemmeno a distinguere se si tratta di un qualcosa di reale. Un palazzo potrebbe essere stato costruito con investimenti di milioni, oppure essere solo un render sulla carta, magari di un concorso che non è andato a buon fine.

Per uno studente (oggi) è molto difficile orientarsi, perché non ci sono le bussole. Non c’è chi ha l’antenna, non c’è una persona che dice “succede questo”. Oggi l’informazione è molto veloce, molto estetica; molto truccata, con tanto di make-up.

La rappresentazione del design ha dunque perso un ruolo chiave, quello del fotografo che se ne prendeva la responsabilità totale. Oggi devi sentire dieci persone alla volta, magari con opinioni diverse, poi c’è il pesante intervento del fotoritocco. Cosa diviene un oggetto di design, se tutte le sue rappresentazioni sono foto neutre, su sfondo bianco privo di ombre? 

Nell’idea di comunicazione, dunque, chi è che fa fotografia oggi? È un grande problema di dignità, anche della professione, chiaramente.

Così gli oggetti non hanno più un’anima, perché non c’è un fotografo che ha la possibilità di entrare nell’oggetto. Poi è inutile dire: quarant’anni fa era bellissimo… bisogna porsi di fronte all’oggi con grande realismo.

Da Ossidiana che, come la lava da cui trae ispirazione, è stata realizzata anche nera opaca -voluta da StarBucks in tutte le Roastery nel mondo- passiamo a La stanza dello Scirocco. La linea di oggetti progettati per Alessi include una fruttiera, un centrotavola, fino a una collana.

Ero partito dal tema del vento. Cioè, si può disegnare il vento? Come si fa a disegnare il vento e portartelo qui a casa tua, sul tavolo?

In Sicilia, nelle vecchie case di campagna, c’era una stanza centrale, senza finestre, dove donne e bambini si riparavano nelle giornate di Scirocco. E con tutto questo vento, ci viene sete. Allora Kettmeier ci riempie armoniosamente il palato. Rinfrancati e rinfrescati, andiamo avanti.

Ho cominciato a immaginare le schegge volanti e poi a cristallizzarle in modellini.

Ci sono voluti più di cento modellini in carta, perché se non funzionava, c’era da ripartire da zero. Lavorare così, non sullo schermo di un computer, ha significato individuare anche l’interazione fra gli oggetti che devono stare a una certa distanza l’uno dall’altro, rispettare le proprie ombre. E il comportamento di giorno è diverso che di notte, con la luce artificiale.

Tutte queste cose mi intrigano molto. Capii anche che due, tre dei miei oggetti erano asimmetrici. Nessuno mai aveva disegnato un cestino asimmetrico, in quell’azienda (Alessi).

Poi ci sono le considerazioni sul nome. Battezzare un oggetto significa dargli vita.

A differenza di altri oggetti di design molto noti (pensate ad esempio allo spremiagrumi di Philippe Starck che tutti chiamano riferendosi a lui e non al nome proprio, ovvero Juicy Salif), nessuno dice ad esempio: la caffettiera di Trimarchi. Un nome come Ossidiana restituisce centralità agli oggetti. 

Noi pensiamo di essere al centro e consideriamo spesso gli oggetti un corollario. Ma siamo circondati di cose, anche le più banali come un piatto, le posate, che in verità continueranno ad esistere e ad avere la loro funzione non solo per noi, ma anche per i nostri eredi. Di padre in figlio, come per le scarpe. Come accade per i vestiti che si passano ai fratelli. Nella progettazione di un contenitore come può essere una fruttiera, fare ricerca muovendosi “lateralmente”, come dice Trimarchi, significa valutarne il dentro e il fuori; far star meglio la frutta significa arricchire di oggetti una casa dove le persone vivono meglio.

Due anni fa Mario Trimarchi ha coinvolto degli studenti basando il corso sulla progettazione di oggetti che ci saremmo portati nella tomba. Nessuno oggi pensa più di portarsi appresso delle cose nell’ultimo viaggio. Allora scopri che nella storia dell’umanità, solo negli ultimi 100-150 anni non ci si pensa più. 

Andy Warhol ha portato nella tomba un flacone di Chanel n. 5. Poi vai a guardare i corredi tombali dell’archeologia. Le ciabatte della tale faraonessa sono perfette, mentre la faraonessa stessa, che veniva imbalsamata con il massimo della scienza di allora, è mezza disfatta.

Un altro straordinario lavoro è stata la Capsule Collection ideata per Salvatore Ferragamo.

In questo progetto, forse ancora più che in altri, gli schizzi di Mario Trimarchi, i suoi disegni non sono più solo strumento di immaginazione, ma divengono parte attiva del risultato finale.

The Colours of Shadow at Midday è una collezione in Orange Fiber, un nuovo tessuto ricavato dagli scarti della lavorazione delle arance, nato da una Startup di due ragazze catanesi. Coincidenze geografiche, loro avevano incontrato Trimarchi a un suo workshop, da cosa nasce cosa e così, si è sviluppato un lavoro lunghissimo dove i suoi disegni sono stati elaborati in scala 1:1 su superfici molto ampie. 

Il disegno per me è una disciplina differente, cioè io progetto degli oggetti, progetto dei disegni, progetto dei mondi, in ogni caso secondo me, tutto questo va a ricostruire una letteratura. Io continuo a disegnare gli oggetti anche dopo che loro sono nati e ho capito che il disegno mi serve per comprendere le cose.

Fra un sorso e l’altro delle bollicine altoatesine, gustando anche l’ottimo Parmigiano-Reggiano (è praticamente ora di pranzo), ci dedichiamo anche al Branding, altro settore in cui Trimarchi ha svolto progetti importanti. Sicuramente Posteitaliane è stato davvero un lungo cammino.
Quando nel 1999 l’azienda delle Poste e Telecomunicazioni (PT, lo ricordiamo, era già stato acronimo di Poste e Telegrafi) indice il concorso per il nuovo brand, il nome non significava più quasi niente.

Allora avevano circa 170.000 dipendenti, decine di migliaia di mezzi, una distribuzione capillare delle sedi con oltre 14.000 uffici sul territorio, quando la banca più diffusa ne aveva poco più di 2000. E se vogliamo, anche una pessima reputazione… Però si ipotizzava l’introduzione di nuovi servizi assicurativi e bancari, oltre all’individuazione di un sitema di branding da applicare ovunque.

Abbiamo vinto il concorso, la gara internazionale, su una semplicissima idea; invece di raccontare Poste, abbiamo raccontato Italiane. Proprio un piccolo passo laterale che poi mi ha portato a poco a poco a teorizzare su questo rapporto che abbiamo noi con il branding, che è l’equilibrio spostato. Prendere un’azienda  e portarla in un territorio in cui non c’è nessuno.

Le immagini in quadricromia, le personalizzazioni grafiche su tutti i lati di tutti i veicoli; il riediting completo della documentazione, della modulistica; un investimento gigantesco, ma fu accettato perché Posteitaliane ne intravvide il beneficio valutandolo come budget pubblicitario.

Ogni volta che si vedeva sfrecciare un furgone, un postino in mezzo al traffico con il motorino e il casco personalizzati, era pubblicità.

Ha dato credibilità. Ha dato orgoglio e appartenenza. Abbiamo incrociato tante persone che lavoravano in azienda che hanno detto: io sono orgoglioso di guidare queste macchine; di mettere questo casco. Sono piccole cose, ma fondamentali.

Il ruolo del progettista, di colui che idealizza e trasforma il mondo del quotidiano. È possibile sentirsi analogamente orgogliosi dei propri figli della mente? Ha forse un senso rimanere legati alle cose ideate, come se vi fossero sempre dei fili a tenerle unite, tanto da dire: questo l’ho fatto io?

Sai. I progetti. Il tempo passa. Affezionarsi troppo ai progetti… non è sano. I progetti hanno la loro storia, poi io amo dei progetti, amo dei disegni, però come sempre per i progettisti il progetto più bello è il prossimo.

Raccontare la bellezza, un altro tema su cui potremmo perderci. Chi è che insegna ai bambini che la bellezza è importante? Come la racconti, la bellezza? Andiamo verso un mondo ove tutto, dalle immagini alle fatiche dell’uomo, qualsiasi cosa è merce di scambio. Emozioni veloci.

È un mondo che sta andando verso il Chewing-gum. È piacevole, non da sostanza e dopo un minuto non ha neanche più sapore.

Nel sentiero verso la bellezza, alla ricerca della poesia, negli oggetti occorre dunque relazionarsi anche con valori primitivi. Esplorare livelli ultraterreni sconfinando persino nella dimensione religiosa.

Mi sono imbattuto nell’oggetto più bello del mondo (Fegato etrusco-Piacenza, Palazzo Farnese). Ecco, questo è l’oggetto che vorrei disegnare io, oggi.

“La Montagna Incantata” di Roberto Cipresso

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Thomas Coccolini Haertl
Architetto e Sommelier (AIS, dal 2017), si è occupato di progettare gli stand di Ferrari F .lli Lunelli, Gruppo Mezzacorona, Sartori, Bertani Domains, Cantina si Soave e altri, al Vinitaly e non solo, e collabora con alcune testate giornalistiche specializzate come Spirito diVino, WineStop&Go. Assiduo frequentatore di cantine, crede nella multisensorialità quale aspetto fondamentale del vivere quotidiano.

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