Sorsi d'autore

Incontro con Ellade Bandini

Omaggio ai 75 anni di Ellade Bandini

La musica

Già. La musica. Musica classica, musica pop, rock. Il jazz. Le influenze caraibiche. La folk music. La world music. Poi ancora: la musica sinfonica, il melodramma, la liederistica. La musica antica. La fusion. La musica colta. Ma quali sono i confini della musica e soprattutto, come funziona?

Per capirci, cosa vuol dire fare musica?

Se ascoltiamo un disco, non ha importanza il genere musicale, e nel mentre sfogliamo la sua copertina, ci accorgiamo che è pieno di nomi. Musicisti, ovviamente; poi tecnici audio, produttori, collaboratori. Chi suona in un disco può far parte di una band, cioè essere una star, ma può anche essere un chitarrista, un pianista o altro chiamato da un famoso cantante per collaborare al suo disco.

E uno di questi, batterista, è Ellade Bandini.

E allora scopriamo che il ruolo di un grande musicista non è solo quello di stare dietro alla star del momento, per assuefare le sue esigenze musicali, ma è soprattutto quello di entrare dentro a un brano, immergersi in un disco e capirlo, farlo proprio. Forse può essere questo uno dei segreti di Ellade che si rivela in una carriera ininterrotta, dai primi anni Sessanta ad oggi. Comparendo in migliaia di dischi con gli artisti più noti, fino alle preziose rarità per cultori.
È come quando nel 2006 mi hanno dato il Premio Tenco per “I suoni della canzone”. Perché… De André, Paolo Conte, Vinicio Capossela, Guccini… li hanno premiati e in tutti c’è Ellade Bandini. Come altri musicisti… 

Io nasco dal Rock ‘n’ Roll, capisci, però è sempre così: non si finisce mai di capire che non hai capito niente, ecco… è la realtà.

Questo significa caratterizzare davvero una canzone con la propria parte, in questo caso la parte di batteria. Ma torniamo agli inizi, agli anni della formazione.
Più o meno a tredici anni, dunque alla fine degli anni ’50, Ellade fu accompagnato dal padre presso un locale di Ferrara, dove vivevano: La Taverna, allora era molto in voga. Da un certo Tumiati, un batterista famoso in città. Gli fece scartabellare in mezzo a tanti dischi ed Ellade prese fuori il 45 giri “Tequila” dei Champs (uscito nel 1958). 
Un brano rock con quei ritmi di contaminazione latina, i cosiddetti Tex Mex.

Avevo orecchio, il tempo c’era. Nota che non avevo mai visto una batteria montata. Mio padre si presentò dicendo: «Senta, può dare orecchio a mio figlio, se può fare qualcosa o se decido per un taglio a questa sua passione».

Era un ritmo per niente facile, quel batterista provò a ragguagliarlo; cioè non era una esecuzione semplice, anzi era complicata. Ellade partì a suonare sul disco. Fu subito fermato. Tutto chiaro. C’era il talento. Eccome se c’era. D’altra parte, andando alle origini di Ellade, dichiaratamente autodidatta,  scopriamo che il padre suonava più di uno strumento, fra cui il violino; la mamma quando teneva il tempo, con suo padre, lo teneva sempre in levare (per i non addetti ai lavori significa non in battere, cioè stare in un certo qual modo sospesi nel vuoto dell’architettura ritmica). Dunque nel DNA di Ellade c’era la musica. Così fu per la sorella che avrebbe voluto studiare pianoforte, ma alla fine, in famiglia chi andò avanti fra le note fu lui, già da bimbo, quando ricevette in regalo una batteria giocattolo. 
Per circa tre mesi Ellade studiò gli esercizi scritti da un altro batterista, Raul Ferretti, in realtà diplomato in violoncello, ma  sapeva leggere molto bene la musica e le grandi orchestre che passavano da Ferrara cercavano lui. Era un uomo con un sacco di problemi fisici molto evidenti, tutto storto e ingobbito, una sorta di Chick Webb ferrarese (William Henry “Chick” Webb, batterista americano, 1905-1939), tanto che a Ferrara lo chiamavano scafandro , pover’uomo.

Poi ci furono altri incontri musicali, altre occasioni in cui Ellade, allora qundicenne si stava mettendo in mostra. 

La cosa più importante è stata incontrare Giordano Tunioli e Maurizio Olivari che erano un po’ i Garinei e Giovannini di Ferrara. Lì è arrivato Ares Tavolazzi. Lo avevo già conosciuto al parco Massari di Ferrara in un giorno in cui ci siamo incontrati e abbiamo fatto una Jam session tra ragazzini.

I casi della vita sono segnati da incontri importanti. Gli appassionati sanno bene chi è Ares Tavolazzi, certamente uno dei più noti bassisti italiani di sempre.

Sarà la musica che gira intorno, come canta Ivano Fossati, fatto sta che intorno a Ellade ruotano nomi importantissimi della musica italiana.

Vince Tempera, ad esempio. Ancor prima della formazione The Pleasure Machine -che fra il 1969 e il ’70 registrerà dischi come “Fourth sensation” e che inizierà il lungo sodalizio artistico con Francesco Guccini, sia in studio che in tournée- Ellade fa parte degli Avengers. Siamo nel ’65 nel pieno dell’era beat e vengono notati dalla bravissima Carmen Villani che già nel 1958 aveva vinto il Festival di Castrocaro. Iniziò la collaborazione, ma soprattutto nacque una longeva amicizia che dura ancora oggi.

Era molto più interessante come cantante che come attrice… Carmen mi manda dei messaggi tutti i giorni. Ti faccio una diretta con Carmen Villani.

Già. Il bello della diretta. Immaginatevi sentire Carmen Villani così! Una voce squillante, festosa, sembra di sentire al telefono una ragazzina. Che meraviglia. Dunque l’ambiente si scalda e allora decidiamo di aprirci la bottiglia che ho portato per questo incontro: Cantina della Volta, Trentasei Metodo Classico. Un eccellente Lambrusco di Sorbara in purezza, questo 2014 di Christian Bellei che va ben oltre i 36 mesi del suo nome, dato che ha sostato sui lieviti 60 mesi. 
E lo accompagnamo con un immancabile Parmigiano-Reggiano 40 mesi della selezione Nonno Contadino (Reggio E.). Sublime combinazione. 

Però le ossa Ellade se l’è fatte nei night club.

Allora arrivare a questi locali significava fare il passo per divenire professionisti. Si suonava dalle nove di sera fino al mattino, o fino a quando se ne andava l’ultimo cliente, poteva davvero già albeggiare. Soprattutto si suonava ininterrottamente, quasi non potevi nemmeno andare al bagno. E allora si beveva e purtroppo i ragazzi come lui bevevano tanti intrugli dolci, cocktail che andavano giù bene. Troppo bene. Dunque ci fu quest’ombra dell’alcol. Ellede ne venne fuori, era troppo iportante dedicarsi anima e corpo alla musica, da professionisti.

La mia scuola è stata quella.

Tutta la casa di Ellade Bandini è intrisa di ricordi, testimonianze, dischi. Dischi e libri. Ovunque. Allora continuiamo a scavare nella sua lunga carriera. Ci sono altre iniziali collaborazioni di successo, assieme a Vince Tempera e Tavolazzi, fra cui il disco “Io mi fermo qui” di Donatello che doveva essere un provino, ma la registrazione della loro esecuzione fu conservata a discapito di quella dei professionisti ingaggiati dalla casa di registrazione. Il nome di Ellade compare in dischi e collaborazioni sempre più importanti, come con i Dik Dik per le canzoni “Viaggio di un poeta” e “Vendo casa”. Era l’ambiente milanese e si incrociavano per le registrazioni artisti dai nomi presto altisonanti: Lucio Battisti, la PFM di Franco Mussida e Franz Di Cioccio.

Noi eravamo, come si suol dire, dei “topi da studio”, chiusi dentro nella sala, suonavamo tutto il giorno, poi la sera Vince Tempera era riuscito ad avere un contratto con un night milanese che si chiamava Marocco Club.

Giravano cantanti come Alberto “Michael” Tadini che poi sarebbe stata la voce degli Actarus, ovvero il gruppo che con Ellade suonerà la sigla “Atlas Ufo Robot” (Goldrake, alias sostanzialmente il primo cartone animato made in Japan ad avare enorme successo in Italia, che ha segnato la generazione di ragazzi cresciuti con le primissime TV a colori). Passavano dalla sala chitarristi come Massimo Luca, uno dei più significativi collaboratori di Lucio Battisiti. Da una parte registrava la scuola milanese che girava attorno ad Alberto Radius, alla PFM, più anglofili e avvolti dal culto dei Beatles, dall’altra gli emiliani di Ellade & Co. che avevano un suono decisamente più d’oltre oceano, ispirati da Wilson Pickett, Otis Redding, James Brown e Aretha Franklin.

Questa era la cosa bella, perché non c’era competizione. Loro erano inglesi, Ares e io eravamo più americani, black.

L’incontro con Lucio

In verità lo scontro, se così lo possiamo chiamare, con Lucio Battisti avviene in particolare durante la registrazione del disco di Radius, che conteneva fra gli altri il brano “Il mio cane si chiama Zenone” suonata da Ellade. C’erano brani suonati dalla PFM e dagli Area a cui presto si sarebbe unito Ares Tavolazzi. Era un brano molto alla Deep Purple. Ellade con Lucio aveva già registrato “L’aquila” di Bruno Lauzi e si lavorava per la Numero Uno, la casa discografica di cui era produttore Battisti.

Battisti dice: Allora, Ellade tu qui suoni come il batterista dei Creedence Clearwater Revival, con le spazzole… Guarda che lui non suona con le spazzole…

No, lui suona sempre con le spazzole! È vero, non è vero… sono sceso e ho suonato con le bacchette, quando sono salito in regia – era lui il produttore di quel disco lì – lui non c’era più. L’ho rivisto dopo 10-15 anni, all’aeroporto di Londra… dico CIAO, sono Ellade, se ti ricordi… Dissi: vabbè, facciamo pace… Aveva suo figlio in spalla, dopo non ci siamo più visti.

Però c’è un aneddoto curioso. Massimo Luca, chitarrista di Lucio, mentre stavano lavorando a un disco in cui il batterista non ci saltava fuori bene, propose di chiamare Ellade: sai che lui è abituato, in un’ora facciamo tutto. E Lucio pare aver risposto: 

Piuttosto faccio il disco senza la batteria!

Vita (musicale) vissuta. Ci rilassiamo, un altro sorso di vino e un poco di energetico Parmigiano-Reggiano piazzato di fronte alla foto del grandissimo batterista Buddy Rich, nella calura pomeridiana dell’estate.
Iniziamo così a esplorare metodicamente le collaborazioni importanti. Abbiamo già citato Guccini; a parte qualche salto, dal 1970 al 2012 nei dischi c’è sempre Ellade e i tour dai primi anni ’80 sono sempre continuati, assieme a Jimmy Villotti (chitarra) e Antonio Marangolo (sax).
Poi ancora, nel ’73 il primo disco di Antonello Venditti; due dischi con Bruno Lauzi, un disco con Pino Presti. Dal ’78 al ’92 le bacchette di Ellade entrano nei più conosciuti dischi di Fabio Concato. Pensate, brani che hanno segnato un’epoca, come “Domenica bestiale”, “Fiore di maggio”, “Rosalina” sono suonati da Ellade. Fabio Concato che fra l’altro, divertendoci dall’inizio a spulciare fra i nomi scritti sui dischi, compare nei cori proprio di “Atlas Ufo Robot”.

Un disco molto contestato, il terzo LP dei Giganti; Ellade collabora a questo album che anticipa gli stilemi del genere Progressive.

Potremmo continuare con un elenco infinito, da Edoardo Bennato a Vecchioni, da Biagio Antonacci a Giorgio Conte (Ancor prima del fratello Paolo); Loretta Goggi, Angelo Branduardi, Caterina Caselli, Ron, Ma soprattutto De André. Con lui Ellade Bandini ha lavorato in studio e impresso il suo stile dal vivo. In totale si parla di oltre 1.500 dischi incisi, ma questi numeri non sembrano interessare tanto Ellade che alla fine, sotto sotto non si è mai montato la testa.

Io mi ritengo un batterista – lo dico spesso – da turismo, non sono da competizione. Mi piace la grande città e il piccolo paese. Io non posso dire che voglio vivere solo a New York, no no. Io penso che mi piace vivere in riva al mare, come a 2.000 metri.

Metafora del suo grande viaggio musicale, mai chiuso in cellule di genere, sempre aperto all’esplorazione.

Ma questa splendida giornata non può non finire se non con tre nomi apicali della canzone italiana.

Inizio dal meno noto ai più, se mi concedete questa espressione, ma di certo un gigante della musica italiana: Maurizio Fabrizio.

Sue sono canzoni con melodie meravigliose, come “Notturno” (la preferita di Ellade) e “Almeno tu nell’universo” cantati da Mia Martini. E se mi permettete, cito uno dei capolavori assoluti della musica italiana, ovvero “Lo stato naturale” di Rossana Casale del 1991. Un disco da avere.

Io lo ritengo il più grande, uno dei più grandi autori che abbiamo, non solamente in Italia. È un musicista incredibile, è una persona, soprattutto, incredibile.

E veniamo al secondo nome, a Mina. Dal 1983 al 2012, conto oltre 10 dischi che vedono la collaborazione di Ellade con la più grande delle grandi. E ci godiamo la dedica di Mina al suo batterista.

La grande Mina… cosa ti posso dire.  È una delle più grandi cantanti di questo pianeta. La gente mi chiede cose… è dimagrita? Qua si parla delle più grandi voci del mondo e mi chiedete se è dimagrita?  Ma chiedetemi cosa sta fecendo…

Nell’82 è stata la prima volta che mi è venuta incontro, era la registrazione di una cover, “Eloise”, un brano abbastanza impegnativo… con un caldo pazzesco, io ero a petto nudo, capelli lunghi, sembravo John Bonham, sudato… impegnatissimo su ‘sto finale e lei mi è venuta incontro, mi ha abbracciato, quest’abbraccio…

E arriviamo al terzo nome, ultimo, ma ovviamente non ultimo: Paolo Conte.

Aveva bisogno di qualcuno che suonasse la musica degli anni ’40, lui suona uno swing molto francese. Ho detto: vengo volentieri così posso usare per tutto il concerto le spazzole  che non le so usare, così approfitto per imparare.

Detta da Ellade Bandini! Il Tour francese e non solo, sfociato poi nel doppio live “Concerti” del 1985, ha segnato il trionfo di Paolo Conte.

Ci siamo trovati – e lui anche – nel posto giusto al momento giusto.

Mentre il pomeriggio volge al termine e sorseggiamo le ultime gocce di Trentasei della Cantina della Volta, ci dilunghiamo un po’ sugli aspetti batteristici, fra tecnica e strumenti del passato e del presente; allora tento un assist ad Ellade che fra l’altro sta scrivendo un libro sulla sua lunga carriera, ma non spoileriamo… giusto per farmi dire qualcosa di più su Paolo Conte. 
Magari qualche aneddoto… Ma su di lui non serve aggiungere altro.

Perché Paolo Conte è Paolo Conte. 

Gianluigi Nuzzi

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Thomas Coccolini Haertl
Architetto e Sommelier (AIS, dal 2017), si è occupato di progettare gli stand di Ferrari F .lli Lunelli, Gruppo Mezzacorona, Sartori, Bertani Domains, Cantina si Soave e altri, al Vinitaly e non solo, e collabora con alcune testate giornalistiche specializzate come Spirito diVino, WineStop&Go. Assiduo frequentatore di cantine, crede nella multisensorialità quale aspetto fondamentale del vivere quotidiano.

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