Santo bevitoreοἰνοπότης

Il vino artistico

Giorgio Mercandelli è di suo un personaggio, anzi, una personalità, difficilmente riassumibile.

Un po’ per il carisma, evidente, che lo alimenta, molto per la corrente di energia elettrica (polarizzata positivamente, sia ben chiaro) che lo attraversa.

La sua volontà di non scendere a compromessi lo ha spesso portato, anche nel suo settore, a non essere capito, o, talvolta, addirittura osteggiato. L’equivoco si basa sul fatto che l’approccio di Giorgio è spesso antitetico a quello del ‘normale’ viticoltore.

Dipende dalla circostanza che, in effetti, Giorgio si sente più l’artefice di un’opera che il produttore di un prodotto.

Questo completo scollegamento dalle logiche commerciali, che elevano il ruolo di chi fa vino al facilitatore di un’esperienza non più consumistica ma estetica, è in realtà un approdo per nulla casuale, anzi.

Giorgio è forse uno dei vignaioli più preparati del nostro tempo, il suo uno degli approcci meno filosofici (nel senso negativo del termine, ossia scollegati dalla realtà pratica) che mi sia mai stato dato di incontrare. Il frutto per lui è un veicolo, dato che nella parte interna dello stesso è contenuta l’esperienza vissuta dalla pianta, che viene innescata dai lieviti e riportata alla luce tramite una fermentazione alcolica rapidissima ma da una macerazione lunghissima, necessaria per ‘distruggere’ il frutto e riportare la materia allo stato di idea.

Idea liquida.

Ecco il perché c’è un rifiuto completo di tutta la chimica di sintesi, delle filtrazioni, delle stabilizzazioni, perché l’esperienza in vigna è completamente priva di forzature, perché niente possa interferire sulla frequenza della memoria sensoriale che, per l’appunto, l’artefice si incarica di riportare tale e quale al fruitore. In questo caso l’autore è la vigna, e la vigna l’autore, chi fa vino un semplice accompagnatore nell’esperienza, una sorta di sacerdote vinicolo. Insieme a questo non c’è una negazione dei vini cosiddetti ‘convenzionali’, che semplicemente si muovono verso una forma più stabile, molto spesso rappresentando la materializzazione di un’idea preconfezionata di gusto dell’enologo o chi per lui.

Al contrario i vini ‘artistici’ di Cantina Alchemica, così come li ribattezza Mercandelli, sono la materializzazione di uno sforzo immaginativo, una goccia di eternità nel gusto della propria epoca, e insieme rappresentazione assoluta di terra e di tempo. 

Ci si potrebbe chiedere quale sia l’approccio di questa ottica, sicuramente estremista, rispetto ai canoni generici della viticoltura, ma io credo che si tratti di un necessario ritorno alla forma originaria.
Mercandelli cita volentieri il ruolo che il vino aveva nella cultura egizia, in cui il nettare divino era addirittura utilizzato come elisir curativo e fornito come viatico per l’aldilà ai faraoni, in loro esseri superiori/semidei che necessitavano di altrettanto immortali esperienze intellettuali.

Forse non sarebbe del tutto inutile scollegarsi dalla percezione moderna, del tutto edonistica, del vino come bevanda, per tornare al vino come sostanza, dato che, come è riconosciuto, vite e uva sono i veicoli più fedeli per restituire la potenza della luce solare e la sua capacità creatrice e ricreatrice di esperienza.   

A questo punto però il cronista, che è come San Tommaso, deve passare all’azione, e deve ammettere che le teorizzazioni sarebbero (o potrebbero sembrare) lettera morta se poi il manufatto finito non rispettasse le attese, dato che alla fine è sempre un problema di modulare le aspettative.

Il fatto è che i vini di Cantina Alchemica, e anche i vini degli altri interpreti di quella che chiamo volontariamente ‘rivoluzione del vino artistico’ di Scuola Alchemica, ovverosia Oreste Sorgente ed Helianthus, sovvertono i canoni dell’esperienza degustativa così come è conosciuta finora, configurandosi più come un’azione intellettiva/emozionale esperita più con la pancia che non con la testa.
Al primo sorso il corpo è percorso da una scarica elettrica, come un riassestarsi molecolare che prelude ad un’apertura del terzo occhio. Poi arriva, massicciamente, il gusto, more in marmellata, rose disidratate, prugne secche, goudron, eucalipto, carruba e liquirizia amara. La bocca è tesa, ampia e compatta, completamente priva di spinta tannica. La persistenza, soprattutto, è fuori dai canoni censiti finora. Un vino che assomiglia, forse più di ogni altro, all’esperienza di purezza dell’acqua, ma è, prepotentemente, Vino.

A questo punto l’unico consiglio sensato da dare, forse, è quello di provare.

Giulio Di Sabato

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Riccardo Corazza
Nasce a Bologna nel 1973. Lavorativamente si divide tra la consulenza aziendale e il giornalismo e la comunicazione enogastronomica, complice un lustro trascorso a Praga nella formazione in ambito HORECA per ristoranti e grossi brand internazionali. Ha collaborato con quotidiani, tra cui il Corriere della Sera, riviste, tra cui Forbes Italia e Sport Week, guide, tra cui la Guida ai Sapori e Piaceri de La Repubblica, I migliori 100 vini e vignaioli d’Italia, le Guide del Gambero Rosso e portali, tra cui Gardininotes.com. Ha lavorato in una radio rock e pubblicato 5 libri che con la ristorazione non c'entrano niente, in osservanza del vecchio adagio che è sempre opportuno confondere un po’ le acque.

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