Fumoir

La dignità del sigaro

La fattoria degli animali oggi, alla luce della affermazione della mediocrazia, avrebbe avuto ancora come protagonisti i maiali piuttosto che gatti e volpi di collodiana memoria o, addirittura, pecore o galline?
Orwell negli anni Duemila avrebbe, dopo l’ondata olocratica, messo cavalli e pecore a comandare?
Mi sono posto questa domanda fumando un Trinidad Fundadores chiuso con il pig tail, cioè con un ricciolo che qualcuno addirittura morde o srotola invece di tagliare o bucare; la marca si contraddistingue per avere tutti (a eccezione di due figurados di forma piramidale) i sigari chiusi con il pig tail, un ricciolo che ricorda la coda di maiale.
Per questo motivo, ricordando il governo dei maiali, essendo innamorato della storia e tifoso di certi letterati che hanno segnato il tempo con la propria penna – come, appunto, Orwell – ho riflettuto ancora una volta su come l’esercizio del potere in maniera democratica non è altro che un cancro della democrazia e porta a risultati disastrosi quando diventa dittatura della maggioranza silenziosa, ovvero evoluzione della olocrazia.
Da un lato i cani che servono a mantenere l’ordine e dall’altra cavalli, pecore e galline che fanno il lavoro mentre i capi “rivoluzionari maiali” li sfruttano. Sono spesso esseri ignobili e incapaci, ma molto furbi e adusi a insinuarsi nelle falle del potere e occuparlo, avvezzi a grassare e usare le idee altrui, ad approfittare, (in questo molto capaci).
Qualcuno li chiamerebbe, nel mio idioma, “scanguiargientu” pensando a coloro che vendevano denaro “rituale” di fronte ai templi e grattavano parte del metallo dalle monete arricchendosi.
Orwell divide il microcosmo della fattoria degli animali tra i cani (la polizia politica) che aiutano i maiali a gestire il potere, i cavalli col culto del lavoro e del “partito”, e le  pecore, a comporre quello che si potrebbe chiamare “popolo bue” o, diremmo oggi, maggioranza silenziosa con le galline a fare “i ceti che si ribellano al potere” salvo essere poi oppressi.
L’intuizione più grande però è quella relativa al ruolo che si assegna all’informazione, al controllo della stessa e al provocare il comune sentire, la propaganda da min.cul.pop (Ministero della cultura popolare) e il mediocre al potere ci riesce per due motivi: il primo perché proviene dal popolo bue, non ha grandi capacità culturali e, conoscendo, bene chi deve opprimere,  sfrutta bene l’occasione data; il secondo, invece, nel culto della personalità (accuse famose nel processo a Stalin) riesce ad attrarre, lusingando i cani, i cavalli, le pecore e le galline, proprio quelli che determinano la maggioranza ma che pagano il prezzo maggiore in termini di oppressione.
La chiusura all’esterno, alla critica, al pensiero libero avviene attraverso una sana  auto-celebrazione che spesso sfocia nel ridicolo o nell’usurpare meriti altrui a volte ricostruendo la storia e negando fatti accaduti, approfittando della voglia degli incapaci di affermarsi.
In questo magma olocratico i social e i nuovi media oggi svolgono un ruolo esemplare e la dittatura della maggioranza silenziosa (che non sa di essere indirizzata e manovrata) considera “terroristi” o addirittura nemici da eliminare anche coloro che semplicemente tentano di aggiustare piccole cose.
Pensate che il grande Terry Gilliam, in Brazil (1985), lo rappresenta magnificamente con il cameo di Robert De Niro che aggiusta e pone riparo al guasto del “sistema centralizzato”, visualizzato come un cuore che pulsa e che fa andare in tilt un tostapane o la erogazione dell’acqua.
Al tempo dei social, dell”uno vale uno in qualsiasi campo”, appare evidente che certe intuizioni e certe valutazioni non potevano osservarsi nel secondo dopoguerra, ma nel secondo lustro del 2000, sì.
È per questo che mi chiedo: ammettiamo per ipotesi che si potesse riscrivere “La fattoria degli animali” sicuramente il posto del dittatore degli animali oggi non avrebbe ragione di esistere per ovvi motivi.
Avremmo invece un’oligarchia che impone la dittatura della maggioranza diretta dalla migliore espressione della mediocrazia, cioè un gruppetto di furbetti che si contorna di mezzecalzette incapaci di fare nulla, ma bravissimi a parlare e argomentare, impone  il pensiero unico e di esaltazione del capo di turno – sia esso del condominio piuttosto che del presidente della bocciofila- ma mai di gente capace perché le galline si sfruttano, ai cani si ordina mentre si danno i resti del pasto per premiarli, i sorci si usano e infine i conigli si sgridano: le intelligenze invece si ignorano, si dimenticano, non si ascoltano.
Tutto torna e si riafferma, ma sempre in una realtà virtuale o falsata nel contesto webinar, ma mai dal vivo e non per paura del virus, ma perchè live potrebbe significare non avere sufficienti cani per moderare e soffocare ogni protesta legittima o meno, o solo perché si ha paura di non essere all’altezza per argomentare in un confronto democratico.
Invece una regia di zoom può consentire di disinserire audio ed escludere senza creare strepito per il popolo bue che ascolta, abituato al pensiero unico e che potrebbe iniziare a far funzionare, se stimolato adeguatamente, qualche neurone.
Pertanto la paura del confronto fisico diventa anche l’ardire della prevaricazione: chi critica è trattato da odiatore. Magari riesce per un momento a spaccare questo sistema, ma è stigmatizzato e bannato in un millesimo di secondo.
Come Gigi Magni nel suo “ Nell’anno del signore” (1969): ”il popolo che invade le prigioni papaline viene scambiato come un corpo rivoluzionario mentre invece chiede di far presto nell’esecuzione di Montanari e Targhini, e lo fa perché deve lucrare sull’affitto dei balconi”. Ciò la dice tutta sulla peggiore espressione dell’aspirazione del popolino alla spettacolarizzazione “forcaiola”.
Ora, rimangono le questioni di “dignità” sollevate recentemente dal Primo Cittadino d’Italia e per i maiali,  abituati come sono a sguazzare nel fango, ciò deve aver rappresentato una discreta novità, dal momento che non sono solito distinguere qualcosa in una scala di valori.

La dignità può essere invece un distinguo utile

Spesso nel mondo dei sigari si ostentano i Cohiba piuttosto che i Montecristo, ma mai quelli di bassa regalia: ogni sigaro long filler invece ha il suo perché a incominciare dai piccoletti, dai brand meno noti. Purtroppo nell’immaginario collettivo il sigaro è grosso e lungo o doble figurado: sigari da “signori”, da gente che può, da ricchi o da potenti.
Un sigaro come un mananitas di Vegueros o un perla di Raphael Gonzales o un  Montecarlo di Por Larranaga rimane di bassa regalia, ma ha una sua dignitosa collocazione nella giornata di un fumatore.
È sempre un avana, un tripa larga, hand made e ha ragione di essere scelto per essere fumato in un quarto d’ora o mezz’ora al mattino dopo colazione o come aperitivo o dopo un semplice espresso.
Già, sono tutti dignitosamente utili mentre nessuno è necessario perché non è necessario fumare soprattutto quando per farlo occorre almeno un ora e mezza: è e rimane un piacere della vita.
In questi tempi di scarsi arrivi di sigari dalla Isla grande ho proprio sofferto, ma non per i grandi e nobili moduli dai Julietas II in su o per i Laguito 3,4 e 5, quanto proprio per i piccoletti che allietano la giornata con le fumate poco impegnative, a volte anche all’aperto a dividere il fumo con il vento, come affermava il maestro Plenizio.
Quest’ultimo però, indimenticato musicista autore di grandi colonne sonore,  fumava Montecristo n.2 nelle serate parigine: noi al vento regaliamo al più un mananitas o un perla perché già il Montecarlo… diventa più impegnativo a causa della conformazione slim e del cepo piccolo.

Ogni sigaro avana ha la sua dignità nel mondo del fumatore, ma non vale mai la pena sprecarlo.

Per finire, dicevamo, la Dignità: la dignità secondo Aristotele non consiste nell’avere onori ma nella consapevolezza di meritarli.
Pensiamo alla dignità del lavoro e ai bonus. In una società avanzata deve esistere un sistema di welfare, ma l’assistenzialismo e il salario garantito a chi potrebbe lavorare e non lo fa perchè gli conviene vivere di sussidi: NO, proprio NO… non è dignitoso.
Pensiamo alla dignità della responsabilità: ormai nessuno è responsabile delle azioni che compie perchè si nasconde nel branco, nel gruppo, nella massa informe che crea disagio, che oltraggia, che diviene violenta per rivendicare scelte per l’esercizio del “libero arbitrio” in materie in cui la sicurezza e la salute vengono prima di tutto.
Pensiamo alla dignità del rifiuto e alla arroganza della pretesa: la prima il saper vivere nella propria dimensione; la seconda, segno dei tempi,  la pretesa di avere e usare ciò che non sarebbe possibile, spesso al grido di “ abbiamo diritto a questo o quell’altro”.
Ma vivere nella propria dimensione vuol dire vivere meglio, riuscire ad apprezzare la vita, dare quel che si vuole e ricevere quel che si può. Del resto si è felici se si riesce a vivere nella propria dimensione essendo sufficienti a se stessi.
...segui Nicola.

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Nicola Pileggi
Avvocato, mezzosangue calabrese, sampietrano emigrato a nord, S.Vito dei Normanni città della fortuna in tutti i sensi: moglie, figlie,... Fumatore appassionato di avana, curioso dicono “vulcanico”, fondatore di Alto Salento Cigar Club, un consesso di fumatori che da un paese della Puglia arriva a la Habana, il fil rouge… il sigaro, un socio e tanta passione. Trentasei anni di storie di fumo iniziate nella capitale dell’europeismo da stagiaire con un Monte A e tanto fumo, un vissuto di fumo alle spalle fino al format di Habanos World Challenge. Scritti solo di diritto, cariche… onorarie pure, molto fumo, tante incontri, tante occasioni, moltissimi ricordi. Un solo motto: il meglio non è per tutti!

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