Il senso del dovere

Gli investigatori del mondo sommerso

Lorena Gaudiano – Prima donna nei reparti subacquei dei Carabinieri

Bella responsabilità portare quel brevetto sulla divisa. Di senso del dovere ne contiene tanto.

Dal disastro del Frejus, dicembre ’59, quando i SUBACQUEI DELL’ARMA si immersero per giorni nel fango e nel gelo per recuperare corpi senza vita travolti dalla valanga d’acqua, alla più recente Costa Concordia, in cui hanno scandagliato i locali della nave alla ricerca di cadaveri e prove sulle cause del naufragio. Gli interventi, dall’estate del 1953, quando fu costituita la specialità dei Carabinieri subacquei, sono stati migliaia, spaziando dalle indagini criminali ai soccorsi, fino alla tutela del patrimonio artistico sommerso.
Due numeri per capire quanto sia speciale il reparto: 66 brevettati su 1072 aspiranti dal 1993 al 2019. Anno in cui lo ha preso Lorena Gaudiano da Santa Maria Capua Vetere, trentaduenne solare ed estroversa, ex nuotatrice, un passato in serie A1 e A2 di pallanuoto, prima donna nella storia della Benemerita ad aver conquistato il brevetto. «Più che mestiere lo chiamerei passione. Dopo il diploma di maturità classica sentivo forti lo spirito di sacrificio e la dedizione appresi nello sport, questo ha influenzato la scelta di vita».
Selezioni fisico-attitudinali (corsa, nuoto, acquaticità) e visite mediche presso l’ospedale militare di La Spezia sono il passaggio per essere ammessi a frequentare gli otto mesi di corso: il primo al Centro addestramento subacquei di Genova, gli altri al Varignano con i palombari del Comsubin della Marina. Da ultimo, ritorno nel capoluogo ligure per la “messa a punto” finale e, per chi ci arriva, il brevetto.
Si impara a lavorare in condizioni estreme: può essere un fiume gelato e torbido, con corrente forte e visibilità quasi azzerata, in cui cercare l’arma del delitto che il mariuolo di turno ha lanciato sperando di farla franca. Ancorati al gommone in superficie, si deve lottare contro la fatica, il freddo e il fango tutt’intorno. A quel punto comincia il lavoro: tastare il fondo spanna a spanna con metodo certosino per non trascurare nemmeno un decimetro quadrato. Giosuè Ruotolo gettò la pistola con cui aveva ucciso Trifone Ragone e Teresa Costanza nel laghetto del parco San Valentino di Pordenone nel marzo 2015, ma il reparto riuscì a ritrovare l’arma contribuendo in modo decisivo a provare la colpevolezza dell’imputato. Le indagini subacquee possono spaziare da un relitto sospetto di contenere rifiuti tossici affondato nel Tirreno a un lago ghiacciato di montagna, in cui si entra aprendo un varco con la motosega. Ma anche i soccorsi in mare o a seguito di alluvione. Persino della bellezza sommersa si occupano, in collaborazione con i colleghi del Comando Tutela del Patrimonio artistico.
Lorena sorride a ripensare alle prove superate: tuffarsi da un elicottero in volo le faceva proprio paura, «ma ogni gradino ti dà il coraggio e la sicurezza per affrontare quelli successivi». Come si affrontano lo stress e la paura? «Con una forte determinazione nel voler raggiungere l’obiettivo: se non ce l’hai non potrai mai diventare un carabiniere subacqueo. Un po’ come nella vita…».
Pur essendo preparati per qualsiasi tipo di immersione, il più delle volte il reparto usa l’A.R.A., l’autorespiratore ad aria, con cui arrivano a una profondità massima di 50 metri, ma sono pronti a usare l’ossigeno puro, le miscele o lo scafandro rigido. A differenza di altre specialità dei Carabinieri, che negli ultimi decenni hanno visto cambiare il tipo di minacce criminali (pensiamo alle modalità operative di terrorismo e mafie), I SUBACQUEI affrontano scenari simili al passato, solo in modo più tecnologico.
Hanno a disposizione vista, mani e sesto senso, ma possono avvalersi di metal-detector per le ricerche o di Pluto, un sofisticato robot sottomarino comandato a distanza che permette di operare fino a trecento metri di profondità: «Stiamo comunque introducendo nuove tecnologie e sistemi di lavoro, ma per ora preferiamo mantenere il riserbo».
Sei nuclei subacquei devono coprire tutto il territorio nazionale: Genova, dove Lorena presta servizio, ha competenza su quasi tutto il Nord Italia, poi ci sono Cagliari, Roma, Napoli, Messina e Pescara. Con un minimo di otto persone in ognuno i numeri sono veramente risicati e ogni tanto occorre unire le forze per specifiche esigenze. Per questo, una volta entrati nei subacquei di solito si resta tutta la carriera, salvo uscite spontanee per approdare ad altri reparti.

Che legame si crea tra persone che lavorano in condizioni così estreme?

«Una fiducia incondizionata: quando sei in acqua a ognuno di noi è affidata la vita degli altri».

Prima donna subacquea: differenze di genere?

«Non mi sono mai sentita accolta in maniera diversa, la cosa più importante è dimostrare la tua professionalità: quando i colleghi capiscono che si possono fidare il resto non conta».

Bella responsabilità dover dimostrare che anche una donna ce la poteva fare…

(Ride) «Sicuramente all’inizio un po’ di ansia da prestazione c’era, poi però quando riesci ad integrarti ottimamente ti rendi conto che non hai bisogno di dimostrare altro».
Nonostante la giovane età, Lorena ha già avuto diverse esperienze operative, dalla ricerca nell’Adige dei coniugi Neumair di Bolzano nel 2021 agli scavi sottomarini su una nave romana ritrovata ad Albenga carica di anfore in buona parte ancora intatte. Anche da brevettati il lavoro è quotidiano: «Il nostro tempo per un 70 per cento circa è dedicato all’addestramento e per il restante 30 agli interventi operativi. In condizioni normali effettuiamo tre immersioni settimanali e poi tanta attività fisica, esercitazioni e studio».

Cos’è per te il senso del dovere?

«Anteporre a me e ai miei interessi quelli degli altri: nel nostro lavoro ci possono essere rischi e sacrifici, ma passano in secondo piano perché sai di fare qualcosa di utile». 

Come si insegna il senso del dovere?

«In famiglia, a scuola e sicuramente nello sport dove si impara a portare avanti un obiettivo e sudare per raggiungerlo. Sono le basi per diventare un cittadino responsabile».

Si concilia il lavoro di sommozzatore nell’Arma con una (per ora eventuale) famiglia?

«Ancora non l’ho sperimentato personalmente, ma credo di sì. Bisogna essere molto organizzati e in sinergia con il tuo compagno perché il reparto di Genova ha competenza su quasi tutto il Nord Italia e quando ti chiamano ti devi assentare per alcuni giorni».

Avrà anche qualche difetto Lorena…

«Tanti! A volte sono troppo diretta nelle cose, molto istintiva…»

Passioni quando non sei al reparto?

«Leggere, cucinare, andare in montagna, fotografare. Attività principalmente all’aperto, a contatto con la natura».

Cosa è veramente importante ottenere nella vita?

«Essere soddisfatto come persona, capire quello che si vuole e fare in modo di ottenerlo».

Un consiglio a un nipote adolescente su come affrontare la vita?

«Tirarsi su le maniche su e non arrendersi mai davanti ai problemi: tanto, finito uno ne arriva subito un altro».

Qualche rimpianto già a 32 anni o cose che avresti voluto fare in modo diverso?

«Avrei voluto viaggiare un po’ di più».

Chiudiamo tornando al reparto: la situazione o lo scenario che temete di più?

«In realtà non abbiamo particolari spettri: sappiamo che quando ci interfacciamo a realtà operative come un fiume, un pozzo o un lago ghiacciato dobbiamo avere un’attenzione particolare, ma noi non prendiamo mai nulla sottogamba, diamo il massimo anche col mare calmo in estate. Lo dico ridendo, ma è la verità».

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Carlo Bocchialini
Giornalista con un breve passato da avvocato, per le riviste del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera, ha realizzato servizi e reportage in Italia e nel mondo per poi approdare a Parigi come corrispondente durante la presidenza Sarkozy. Ha collaborato anche con vari periodici e quotidiani nazionali. È stato professore a contratto di “Linguaggio del giornalismo” all’Università di Parma e si è diplomato in Terrorismo Internazionale all’Università di St. Andrews in Scozia. Appassionato di arti marziali da più di trent’anni, insegna Krav Maga, disciplina israeliana di difesa personale, di cui è cintura nera 2° dan e istruttore federale. Studiando la materia ha creato il metodo “Metis Krav Maga”, che coniuga difesa “fisica” con prevenzione, strategia e gestione dello scontro. Sulla materia ha pubblicato “Imita la tigre – Manuale di difesa personale per uomini che vogliono difendere le donne (e per donne che intendono farlo da sole)”, in vendita su Amazon. (La foto è merito di Gio’ Rossi.)

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