Metrica

Dante

La mannaia

Era troppo.
L’insonnia, la distruzione del bastone, il cibo sottratto quando si distraeva, i bisogni fatti in punti in cui poteva scivolare con la carrozzina e ora la ruota bucata.
Ludovico non se n’era accorto subito ma Dante, nell’uscire da sotto il letto, o forse prima di rannicchiarsi, gli aveva bucato a morsi la ruota destra della sedia a rotelle.
Superata la notte senza più essere riuscito a dormire, Ludovico impiegò mezz’ora per raggiungere la cucina. Le operazioni di recupero della carrozzina si erano rivelate più complesse del previsto: aveva dovuto ingegnarsi legando assieme due copricuscini di modo che, annodata la parte terminale, questi potessero incastrarsi tra i raggi di una ruota, al quindicesimo tentativo, e trascinare il mezzo verso il letto. Una volta trascinata la carrozzina, non senza fatica al netto degli avambracci allenati, sedersi era risultato facile, illudendo Ludovico che anche muoversi avrebbe richiesto lo stesso dispendio di energie. Invece le energie spese erano state il triplo poiché Ludovico poteva contare solo su una ruota funzionante. L’altra, quella bucata, si trascinava con difficoltà lungo il parquet che separava la camera da letto dal montascale. Quando riuscì a scendere le scale e a prendere una camera d’aria di ricambio, Ludovico era esausto. E non erano ancora le 11:00 di domenica.
Ludovico si diede slancio bevendo un sorso di vino da un cartone avanzato sul tavolino, di fronte al divano, prima di iniziare le insopportabili operazioni di riparazione del mezzo. Non era la prima volta che gli capitava di bucare una ruota eppure in quella circostanza la fatica lo sfiancava a ogni movimento. Dante era accucciato in cucina, col muso rivolto verso il salotto. Ludovico, se si fosse seduto in maniera composta, avrebbe dato le spalle al cane, pertanto decise di mettersi in una posizione scomoda, appoggiandosi al bracciolo di destra del divano, così da lavorare avendo lo sguardo libero di scrutare la cucina.
Dante dormiva, o così credeva il padrone. Ludovico lo guardava per capire se stesse fingendo e notò che, appena si fermava dal trafficare con la sedia, il cane apriva gli occhi. Lo stava sorvegliando.
Ludovico non avrebbe saputo spiegarlo a nessuno, nemmeno a Steno, ma era certo che Dante stesse aspettando il momento propizio per la resa dei conti. Era un pensiero ridicolo e irrazionale che anche solo nel momento in cui fosse stato espresso con tutte le limitazioni logiche del caso avrebbe destato ilarità, o nel migliore dei casi incredulità. Eppure Ludovico era certo che la bestia gli avesse teso l’agguato sotto il letto per fargli capire che quella domenica sarebbe stata la giornata nella quale i due si sarebbero affrontati a viso aperto, al fine di stabilire chi avrebbe ottenuto il dominio sulla casa.
Ludovico non era preoccupato di soccombere. I risparmi messi da parte erano stati depositati in un conto offshore in Liechtenstein, quindi il fratello si sarebbe accontentato della rendita della vendita della casa e di pochi spicci. Steno poteva anche arrivare al conto liechtensteiniano; senza la firma di Ludovico, però,  non se ne sarebbe fatto niente. Ma al di là delle questioni economiche, Ludovico desiderava mettere fine a quel gioco perverso instaurato con quel maledetto animale. Comunque fosse andata, non avrebbe avuto importanza: i soldi sarebbero rimasti comunque a Ludovico.
Quando l’operazione di sostituzione dello pneumatico fu terminata, Ludovico lanciò un ghigno di vittoria verso Dante. Il cane si limitò a sbadigliare e a spostarsi in un angolo della cucina al di fuori dello spettro visivo.
Ludovico sentiva che l’animale stava covando qualcosa. L’odio li aveva legati più di quanto avrebbe potuto fare l’amore, trasformandoli in due appendici del medesimo organismo. Ciò che provava l’uno di riflesso era percepito anche dall’altro, e viceversa.
Ludovico ripensò alla prima, e unica, volta in cui uscì con Dante al seguito. Era passato meno di un anno dall’incidente. Forse per esorcizzare l’accaduto, o più probabilmente per avere una scusa per uscire e prendersi qualcosa da bere senza appoggiarsi al delivery, Ludovico aveva messo Dante al guinzaglio ed era uscito per le strade di Albaredo. Non era nemmeno arrivato in piazza. Dopo cinquanta metri lo avevano fermato i primi conoscenti, salutandolo col nomignolo di “principe”, primo di una serie di cinque incontri che avevano presto portato l’uomo all’esasperazione. Non erano state tanto le frasi di pietà rivolte verso la sua condizione a farlo imbestialire, quanto le attenzioni rivolte all’animale. Tutti si erano fermati a salutare il cane e fargli delle coccole. Ludovico era imploso. Chi si credevano di essere per prestare maggiori attenzioni a un animale rispetto a lui? E con quale diritto? Dante era suo.
Nei recessi più sopiti della propria psiche, Ludovico aveva provato un’insostenibile e acuta gelosia. Era geloso dell’esclusività che aveva instaurato con Dante. Per questo aveva visto bene di rientrare dopo un’ora dalla passeggiata e di picchiare il cane come mai fatto prima.
Quel pomeriggio, però, la rabbia e la gelosia erano esondate. Nella foga, Ludovico, non vedendo effetti tangibili sul cane a seguito delle botte inferte col bastone monco, fu preso da una furia disperata. Cominciò a lanciargli addosso qualsiasi oggetto gli capitasse a tiro dal tavolo della cucina. Dante li aveva schivati a uno a uno, finché, distratto da un auto di passaggio che aveva suonato il clacson, un piatto lo aveva colpito in testa, stordendolo e lasciandolo disteso a terra. Pochi secondi dopo era arrivata la mannaia da cucina. Dante la vide all’ultimo ma non fu sufficiente per schivarla. La lama gli recise di netto tre quarti di coda. Il dolore fu assoluto. Dante trasalì e iniziò a guaire e a ululare, leccandosi il moncherino sanguinante. Troppa la sorpresa e l’incapacità di comprendere che sul pavimento c’era una parte di sé che mai più sarebbe stata sua. Scappò in lavanderia, lasciandosi alle spalle un rigagnolo di sangue. Ludovico si bloccò alla vista del sangue sul pavimento e per la prima volta ebbe paura di perdere Dante. Perché quel cane che tanto odiava, verso il quale non perdeva occasione di accanirsi, e al quale avrebbe dimostrato tutta la sua acredine per la vita che gli era dato vivere dopo l’incidente, era l’unico essere vivente che si interessasse a lui.
Quando, ore dopo, col vecchio trucco della ciotola ricolma, e fermatasi l’emorragia caudale, i due erano tornati a condividere gli stessi spazi, Ludovico si era sentito sollevato. Aspettò due giorni prima di tornare a tormentare l’animale, ma da quell’episodio vide in Dante una rassegnazione alla propria condizione che, col passare dei mesi, mutò in forza, resistenza e, ben peggiore, attesa.
Era come se l’animale lo stesse studiando non per difendersi da altre percosse, ma per aspettare il momento propizio per contrattaccare e vendicarsi. E quelle cinque notti consecutive nelle quali lo aveva tormentato, erano giunte al loro zenit con l’agguato del letto.
Il momento era arrivato.
Ora si trattava di capire chi avrebbe fatto il primo passo.

(…segue dal capitolo II e I)

...segui Gianpietro.

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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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