Fumoir

Chartreuse e avana cigars

Vi sono due bevande per le quali, con i soci di Alto Salento Cigar Club, impegniamo il tempo delle fumate.

Non pensiamo minimamente di chiamarle degustazioni poiché, quando abbini qualcosa al distillato o abbini qualcosa al fumo, non si può percepire al meglio ciò che il beverage ci regala o ciò che l’avana ti fa scoprire.

Per questo, o fumi o bevi ma, a livello edonistico, si può tutto. Dove c’è gusto non c’è… nulla da perdere.

Uno di questi due prodotti sarebbe da bollino nero ma, per fortuna, è realizzato sotto l’ala protettiva di San Bruno e quindi ha una sorta di salvacondotto “superiore”; del resto nello stampare le bottiglie l’emblema dei certosini spicca incredibilmente impresso nel vetro a ricordare l’origine “religiosa” e addirittura sul legno della VEP compaiono anche le sette stelle dei fondatori dell’ordine monastico.

Due bevande, una è l’acqua, l’altra è un liquore: la Chartreuse e, nello specifico, la verte prodotta sin dal ‘700.

Stat Crux dum volvitur orbis” cioè  “La Croce resta fissa mentre il mondo gira”. Il motto dei certosini intorno al globo crucigero, simbolo che ricorda anche il globo dei regnanti, tipo quello che HM Elisabetta II regge nella mano, è una bella rappresentazione di QUESTO LIQUORE a 55 gradi che nasce con proprietà medicamentose e deriva dall’elisir inventato agli inizi del 1600.
Nota
Le 7 Stelle: San Bruno, Landuino, Ugo, Stefano di Bourg e Stefano di Die, Andrea e Guerrino. “Stat Crux dum volvitur orbis” (“la Croce resta fissa mentre il mondo ruota”).
La ricetta, detenuta ancora oggi da un monaco e mezzo per così dire – il più anziano la conosce tutta, l’altro solo la prima metà – ha subìto grandi traversie legate al destino dei monaci della Certosa di Voiron.
Ma andiamo per gradi: nel 1084 San Bruno fonda nei pressi di Grenoble… No, l’ho presa troppo larga! Allora passiamo al tempo della rivoluzione francese (1792): ai monaci viene espropriata la ricetta, la consegnano a un farmacista che dopo la restaurazione la restituirà ai frati.
No, saltiamo: all’inizio del XX secolo – per l’esattezza fine aprile 1903  – in una Francia in piena rivolta anticlericale a seguito dell’affaire Dreyfuss, viene ordinata la confisca dei beni della Chiesa e la Certosa di Voiron non fa eccezione. Quindi un bel giorno i due frati, ultimo baluardo a custodia del monastero, dopo che la gran parte dei confratelli si erano già rifugiati in Italia e in Spagna, a Tarragona, furono forzatamente invitati a seguire gli altri: si divideranno tra Pinerolo e la località di Farneta in Toscana, mentre i maestri distillatori finiranno in Spagna.
Per eseguire la liberazione dell’abbazia e la confisca è stato mobilitato un battaglione di linea, un reggimento del genio e due squadroni di dragoni. In una giornata fredda e sotto la pioggia gli ultimi monaci vennero letteralmente cacciati.
La resistenza pacifica della gente del posto aveva impedito per settimane l’esodo dei monaci e agli Ufficiali in comando tra cui  il colonnello Frederic de Coubertin (fratello minore “dell’olimpico barone”) non restò che dare le dimissioni dall’arma non volendo più avere occasione di vergognarsi del proprio operato.
La Grande Chartreuse fu confiscata. Questo titolo spetterà a quella di Farneta in Toscana sino al 1940, ma poi tornerà nuovamente a Voiron in Francia.
Gli spagnoli accolsero i monaci che rimasero a Tarragona sino agli inizi degli anni ’30 e nella fabbrica furono prodotti anche farmaci oltre ai liquori. La produzione spagnola è terminata solo ai primi del 1980 e, in ricordo della cattività tarragonese, si produce un’edizione speciale dedicata a Santa Tecla, patrona di Tarragona. Oggi tutta la produzione è in territorio francese.
Torniamo un attimo alla rivoluzione francese che sequestra e affida a “un cittadino farmacista” le ricette dei monaci: dicevamo che le riceveranno in restituzione dallo stesso dopo la restaurazione seguita al congresso di Vienna e i monaci, tornati nella Grande Chartreuse dopo questo primo esodo, nel 1838 inizieranno a produrre la  Jaune colorata con zafferano e con un tasso alcolico inferiore (40% vol. invece dei 55 della verte, i 54 della Vep e dei 56 del liquer d’Elixir di recente produzione).
In Francia eravamo rimasti agli espropri degli inizi ‘900: lo Stato vendette il marchio di fabbrica dei monaci a un liquorificio privato che, senza  il know-how su come distillare e combinare le 130 erbe, immise sul mercato un prodotto che neanche lontanamente poteva essere paragonato al liquore verte o jaune dei monaci e tutta la impresa finì con il fallimento, nel 1929.

Chartreuse verte

Le caratteristiche del liquore sono uniche: è prodotto con il sapiente dosaggio e uso di “buongusto o finissimo” e di alcolati selezionatissimi, di tinture ricavate con grande sapienza e maestria, perché reiterare una ricetta con tanti “ingredienti” prevede una maestria unica. Il filtraggio e l’affinamento  che ne segue è di per sè molto accurato: alla vista il prodotto è completamente trasparente nonostante questa sorta di “incontro” di 130 erbe ed altro: nella verte e nella verte VEP spicca tantissimo la nota “mentolata” dell’issopo che probabilmente si addiziona a qualche altro tipo di menta (sicuramente quella inglese), ma la peculiarità dell’uso di questa erba spontanea che “rinfresca”, dà il senso un pò “sovrannaturale” della combinazione che rende, a dire dei frati, questo liquore una sorta di medicamento, ovvero un efficace  digestivo.

Qualcuno potrebbe dire: “Perché la Chartreuse verte o la VEP verte con i sigari?”

L’isoppo, ovvero erba santa cosi denominata, è citata decine di volte nella Bibbia incluso il nuovo testamento. Compare nel Vangelo come materiale dal quale si ricava la verga con cui s’infilza la spugna intrisa di aceto che si porge a Gesù in croce.
Bene, non era forse Erba Santa uno dei primi nomi dati al tabacco oltre a quello di Erba buona o Erba del Cardinale?
Ovvio che anche l’isoppo usato per le purificazioni della religione ebraica ha qualcosa di mistico, come lo ha sempre avuto il tabacco e il fumo dai riti degli sciamani indiani e il misticismo trascendentale che lo accompagna da sempre.
Certo è che con un buon avana si sposa benissimo… Sarà perchè amiamo questo tipo di liquori: personalmente sono alla ricerca di un monaco che ancora oggi osservi correttamente e sappia rifare la  ricetta dell’alchermes. Lo abbinerei sicuramente ad almeno due/tre  referenze di avana a iniziare da un Short Churchill di Romeo y Julieta (robusto 50/124) o un Por Larranaga Petit corona (mareva 42/129).

In tutte le Certose la ricetta sia della Chartreuse che dell’alchermes erano tenute da conto e tramandate: pensate all’uso della cocciniglia e all’amaranto di quest’altra delizia che ormai non viene prodotta come una volta: caduto in disuso, è relegato solo nelle ricette per dolci come la zuppa inglese.

Ma  cosa  abbiamo abbinato e potremmo abbinare a questa Chartreuse verte? Dopo pranzo un 898 di Partagas (un Dalia 43/170) che non delude mai: abbastanza lungo da poter sfruttare al massimo un distillato che con l’ossigenazione muta ed evolve come la fumata. Per la sera un Royal Corona un robusto “tosto”, secondo solo al Ramon Allones Specially Selected (altro  robusto di carattere) ovvero un Lusitanias di Partagas (prominente 49/194).
Certo, per chi fuma leggero si può consigliare un abbinamento con un Epicure especial ( Gordito 50/141) o J. Lopez n.2 (robusto) ovvero un Short Churchill di Romeo y Julieta.
La Vep merita un innalzamento della finezza de tabacco quindi un Lanceros di Cohiba,  un Fundadores di Trinidad: un Laguito1 e un Laguito Especial.
La differenza non sta nel pig tail che caratterizza tutti i laguito , ma nel cepo che da 38/64 di pollice passa a 40/64. Un tempo si diceva, sbagliando, che questo “ingrossamento” era dovuto alla introduzione della foglia di Ligero nella tripa, mentre tutti  i sigari al di sopra del cepo 36 hanno già il ligero nel ripieno; resta il fatto che quando fu lanciato solo per i diplomatici il Fundadores di Trinidad era di cepo 38 quando invece nel 1998 divenne produzione corrente fu innalzato il cepo a 40/64 di pollice.
La finezza della vep verte fa scomparire ogni aspetto della forza alcolica in una morbida e avvolgente sensazione al palato, un puff intervallato con un sorso d’acqua fresca ci consente di fruire al meglio tutto, evitando ghiaccio o l’uso fresco del distillato. Noi da sempre beviamo a temperatura ambiente qualsiasi superalcolico; al più per resettare le papille usiamo dell’acqua molto fresca, ma nulla più, riposta nel bicchiere “da accompagamento”. Non potremmo sopportare la diluizione che consegue all’uso del ghiaccio e l’abbassamento della temperatura, che si oppone allo sprigionarsi di aromi e profumi,  così come non possiamo in alcun modo fumare molto “umido”, preferendo una fumata dry al solo fine di fruire anche dell’ultimo fil di fumo disperso nell’aria.
Personalmente preferisco Vep verte e verte con tutti i linea de oro di Romeo y Julieta, che presto saranno presentati in Italia, ed il ManTua di Punch ER Italia (laguito2  38/152) e, ad averne La Gloria, Cubana n.3  (panetelas larga 28/175)
Chiaramente l’accostamento è un po’ hard, va provato e solo se piace reiterato.
Lo abbiamo detto e lo ripeteremo: dove c’è gusto…
...segui Nicola.

Aldo Mazzocco CEO Bellavita

Previous article

Distillati e Mixology

Next article
Nicola Pileggi
Avvocato, mezzosangue calabrese, sampietrano emigrato a nord, S.Vito dei Normanni città della fortuna in tutti i sensi: moglie, figlie,... Fumatore appassionato di avana, curioso dicono “vulcanico”, fondatore di Alto Salento Cigar Club, un consesso di fumatori che da un paese della Puglia arriva a la Habana, il fil rouge… il sigaro, un socio e tanta passione. Trentasei anni di storie di fumo iniziate nella capitale dell’europeismo da stagiaire con un Monte A e tanto fumo, un vissuto di fumo alle spalle fino al format di Habanos World Challenge. Scritti solo di diritto, cariche… onorarie pure, molto fumo, tante incontri, tante occasioni, moltissimi ricordi. Un solo motto: il meglio non è per tutti!

You may also like

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.