Miscellanea

Anthologin

Tra le prime cose che faccio quando prendo in mano un libro che non conosco è leggerne l’introduzione e i ringraziamenti. Tra le righe si nascondo dei retroscena di quanto messo nero su bianco e quasi sempre i pensieri sono rivolti a coloro che hanno aiutato a portare a termine il progetto.

Perché scrivere – questo mettere nero su bianco o, in questo caso, bianco su nero – crea preoccupazione nonché una sorta di tertulia coi propri ricordi e le proprie conoscenze e, in poche parole, dall’esperienza crea altra “esperienza”.

Un’arte un po’ complicata per chi è fondamentalmente timido coi sentimenti, perché crea emozioni miscelando le parole, per lasciare messaggi.

Sui prodotti, sulla propria personalità, sui propri gusti. E sul loro equilibrio. Dietro al bancone del cocktail bar, Samuele Ambrosi, insegna. 

Samuele Ambrosi davanti alla sua bottiglieria al Cloakroom cocktail lab di treviso
Un curriculum, il suo, che parla da solo: titolare del Cloakroom Cocktail Lab di Treviso, consigliere nazionale AIBES (Associazione Italiana Barman e Sostenitori), trainer per Campari Academy, di cui è consulente, nel 2004 ha vinto il Campionato Nazionale Angelo Zola e, l’anno successivo, è salito sul gradino più alto della competizione mondiale, ricevendo a Singapore l’Eagle Award e vincendo, contingentemente, anche la South Asian Competition. Nel 2008, poi, è arrivata la vittoria del Trofeo Internazionale del Calvados, in Normandia. Un maestro, insomma, e non solo in fatto di gin, che ha deciso di andare oltre e divulgarlo non solo in forma liquida od orale. 

Per questo e per molto altro il suo Anthologin è un libro da valutare sotto molteplici aspetti.

Ricordo nitidamente, in una sera d’estate in una Roma più bella che mai, quando Samuele mi confidò di essersi approcciato alla scrittura e di quanto fosse difficile, dopotutto, trascrivere i propri pensieri. Fui scioccata. Travolta.

Quest’uomo indaga sull’assoluto”, pensai, ammettendo l’esistenza delle arti, liberali e non. Uno stimolo affascinante, insomma. Seppi poi che, per completare il suo personale viaggio, si era affidato alle parole di Maurizio Maestrelli, giornalista e autore di numerosi volumi sulla birra e sugli spirits, e alle immagini di Serena Conti, la raffinata illustratrice e designer compagna di vita. Il resto è tutto nero su bianco: un volume coi “100 gin da non perdere” e un poco di storia, “da Salerno al mondo”.

E qualche regola che, sopratutto in mixology, è sempre necessaria. Ecco dunque che, dopo un excursus generale, si trovano le “Cronache sul ghiaccio”, gli abbinamenti perfetti, il racconto dei cocktail iconici corredati di puntuali introduzioni come “I need to be myself. I can’t be no one else. I’m feeling supersonic. Give me gin and tonic” (Oasis).
E per coloro che pensano che la mixology sia cosa semplice arriverà presto la smentita leggendo per esempio il capitolo dedicato all’Old Tom dove, tra le altre cose, si scopriranno l’origine del nome e come replicare il drink a casa propria, gusto perché la ricetta lo vuole più dolce di un London Dry ma più secco di un Jenever: un equilibrio, questo, che solo il gin giusto può rendere indelebile al palato. 

Infine, non dovrebbe servire, ma meglio specificarlo: avere vicino un gatto non è garanzia di successo.

Così chiosa il testo che, tra il serio e il faceto e per tutte e trecento le pagine,sfiora episodi economici, politici e aneddoti delle vite di personaggi illustri – scrittori, attori, registi, politici – restituendo al lettore la ragione di un successo commerciale, e passionale, che fa del gin un tassello tanto innecessario quanto imprescindibile della storia individuale e collettiva.

La storia non solo di Samuele, insomma, ma anche di tutti i suoi saperi, distillati per il lettore in questo mirabile, e mirabolante, Anthologin.

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Erika Mantovan
Laureata in Economia, nel suo viaggiare continuo ha compreso le virtù dei suoli e di tutto ciò che la natura può offrire. Ogni racconto è una trasposizione di emozioni provate nell’attimo della scoperta di ogni idea materializzata poi in vino, piatto o disegno. L’intensità delle parole usate è condizionata dall'ampiezza temporale del percepito sempre con un'approccio bidimensionale per prendere in considerazione la durata delle emozioni e della loro replicabilità.

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