Il Privé di Davide Bertellini

Massimo Gianolli

Chi sei?

Sono Massimo, prima di tutto. Sono un imprenditore, ho 54 anni, e sono una persona felice. Lavoro giocando, e nel gioco, attraverso la parte ludica e creativa, ho potuto svilupparmi, evolvermi e creare il mio network: amicizie, relazioni e, negli anni, una famiglia meravigliosa.

Massimo è un uomo felice, che ha un unico problema: il tempo.

Sono alla ricerca della ricetta per non dormire, ma non l’ho ancora trovata: con Edoardo, mio figlio, l’altro giorno si parlava proprio di questo: è stato stimato che un uomo passa in media 35 anni della sua vita a dormire: a me sembra un’assurdità: 35 anni sprecati che potrebbero essere dedicati al lavoro, ai viaggi, alla famiglia… Per me la mia famiglia è il cardine di tutte le mie attività e, vedi, non c’è alcuna differenza in questo mio mondo tra vita privata e vita pubblica.

È così sin dall’inizio: dai 14 ai 24 anni ho intrapreso la mia avventura nel mondo agricolo, dove ho cementato il mio rapporto con la natura, con la terra, col vino, con le ciliegie; la parte agricola, e rustica, stare sul trattore, spargere concime, la vita vera dell’agricoltore, quella degli anni ’70, pre-tecnologia, ecco, l’ho vissuta tutta. Fu una parentesi fortunata, e meravigliosa. Poi mio padre, all’inizi dei anni ’90, mi ha richiamato a Biella, dove avevo trascorso l’infanzia, per aiutarlo con la Generalfinance, una società che in quel momento non andava come doveva. L’idea era di trascorrere con lui solo il periodo che sarebbe servito alla sua liquidazione, e invece, colpo di scena, decisi di risanarla.

Questo coincise con un cambiamento completo del modello di business, che sposai con entusiasmo perché ero già allora un uomo felice e la felicità, com’è noto, porta fortuna.

In questi 30 anni sono riuscito a rivoluzionare il modello di business e a portare una società che era sull’orlo della liquidazione alla situazione, ai numeri e alle performance attuali. Fu un lavoro lungo, s’intende: io sono un maratoneta e, come tale, i miei investimenti sono sempre di lungo periodo; non amo le performance brevi, ma le lunghe fatiche e i lunghi impegni.

Generalfinance, oggi, è diventata leader di settore dov’è considerata una boutique della finanza specializzata nel distress e negli UTP (acronimo di unlikely to pay, all’anagrafe dei crediti che comportano una inadempienza probabile n.d.a.): si tratta di una finanza dedicata alle imprese in crisi e in ristrutturazione. Il destino, poi, ha portato la crisi del secondo semestre del 2008 e il reiterarsi di successive crisi mondiali ed europee che, nell’ambito di un business anti-ciclico, come quello di Generalfinance, ci ha dato grandi spazi di crescita a livello di mercato. La fortuna è quindi quella di vedere – e di trovare! – del positivo nel negativo: tirar fuori dalla crisi delle opportunità. Se poi vogliamo andare indietro nel tempo devo ammettere che ciò capitò già nel 2006, in tempi non sospetti per noi, quando per aiutare un nostro socio finanziario entrai nel mondo delle procedure concorsuali ai fini del risanamento dell’impresa. Con un certo anticipo sui tempi, dunque, 14 anni fa mi sono cimentato con una procedura che ha portato alla specializzazione di Generalfinance che, da quel momento, ha inanellato circa 300 casi di salvataggi d’imprese italiane, di famiglie italiane, di uomini e donne italiani: un capitale umano che è l’ingrediente portante di tutte le mie attività. Va da sé che il metodo di lavoro, anche per Generalfinance, l’ho mutuato dalla terra.

Dalla concretezza della terra di quel primo periodo veronese ho mutuato la concretezza per fare di Generalfinance quello che è oggi.

Quindi, vedi, tutto ritorna: il sipario si apre e ti capitano quotidianamente cose nuove le quali, se affrontate con sagacia, con positività, diventano utili. La stessa volontà di trasformazione mi ha portato a ridisegnare completamente l’azienda di famiglia che volevo diventasse un gioiellino dove fare, soprattutto, lifestyle: così è nata La Collina dei Ciliegi.

Qual è la tua più grande passione?

Usssstia (ride n.d.a.)! La mia più grande passione, se proprio devo sceglierne una, è il vino. Però il vino non è finito, è infinito, come un viaggio nel quale c’è dentro tutta la mia vita e le vite degli altri.

È da quando sono ragazzo che cerco di imparare a viaggiare col vino: è una passione antica, in 54 anni non solo non si è placata ma si è alimentata.

Sono infiniti i viaggi che puoi fare attraverso il vino. Questa è la mia grande passione anche se, in senso lato, potrei dire che la mia passione è svegliarmi al mattino e poter godere delle relazioni e dell’humus di questa famiglia allargata che è, per appunto, la mia vita. 

E qual è la tua più grande paura?

Paure, no, non ne ho mai avute. Se per caso nel tempo mi è comparso qualche timore ho lavorato per superarlo: sono un uomo razionale che crede che tramite la razionalità si possa superare qualunque ostacolo. L’unica vera preoccupazione, per me, è quella di non vivere a sufficienza per far diventare grande mio figlio: ma non è una paura, è più un pensiero della notte. Questa è l’unica cosa che mi farebbe male: non poter completare il percorso di formazione di mio figlio fino a renderlo indipendente da me. Ciò a onor del vero riguarda tutto: ho lavorato finora in ogni ambito al fine di esser sicuro che ci sia qualcosa dopo di me. 

Qual è il tuo colore preferito?

È il nero: perché se ci metti accanto il rosso fai il Milan (ride n.d.a.)! Le mie macchine sono o rosse o nere, le mie moto da ragazzo erano rosse; le mie etichette sono rosse e nere. Il nero assorbe colore, e calore: è un colore caldo. 

In che epoca viviamo?

Siamo in un’epoca fortunata: abbiamo la fortuna, tanto per cominciare, di vivere avvenimenti come questo, che possono adesso sembrarci complessi, ma non dobbiamo dimenticare che i nostri padri e i nostri nonni sono stati bombardati – come i miei nonni, che hanno subito il bombardamento di Milano – e altri sono stati deportati, condannati a morte, uccisi. Siamo dunque in un’epoca molto fortunata: siamo nati in un periodo di vacche grasse, un momento storico in cui i problemi veri, da questa parte del mondo, non ci sono. E se questa epoca, assieme a tutte queste cose meravigliose, ci riserva qualche intoppo, qualche imprevisto, fa comunque parte del gioco.

Eppure ci manca qualcosa… cosa? La consapevolezza della nostra fortuna.

Per cui se questi accidenti fossero forieri di un ridimensionamento delle pretese, di un ridimensionamento delle tristezze, di un ridimensionamento di questa spasmodica negatività, credo che questa epoca potrebbe essere la trasposizione di quanto accaduto negli anni ’60, che furono un momento di grande rinascita. Convinti, dunque, della fortuna che abbiamo, sapendo oggi di aver preso un pugno nello stomaco potremmo ripartire con ancora più entusiasmo e voglia di fare e, forse, abbandonare questa nefasta tendenza del mondo occidentale all’autocommiserazione. 

Cosa c’è dentro al bicchiere? 

In primo luogo, e come s’è capito, il mio bicchiere è sempre mezzo pieno; poi, è pieno di Amarone. Quindi c’è tanto vino anche se, visto che tra qualche giorno mio papà Armando Gianolli compirà 95 anni – ed è da lui che mi proviene tutto questo! – abbiamo deciso di omaggiarlo dedicandogli una nuova etichetta: l’Amarone Riserva 2011 La Collina dei Ciliegi Armando Gianolli. È la prima volta che mettiamo in etichetta un nome proprio: tenendo conto che questo vino ha fatto 9 anni di botte, i quali sono collegati alle 9 e più decadi di mio padre, abbiamo deciso di dedicarlo a lui. Per cui, ecco, c’è questo, c’è l’Armando Gianolli nel mio bicchiere. 

L’ultimo pasto prima del patibolo?

Mi metti in forte difficoltà perché il panorama delle cose che mi rendono felice è immenso.

Ma, vediamo, deve essere un pasto estremamente gratificante, però non voglio ingozzarmi, perché non voglio morire appesantito (ride n.d.a.)… Quindi, direi, considerato cosa c’è nel calice, una “Montepepe” di Davide Rampello, che è la trasposizione della cacio e pepe trasportata sui Monti Lessini: bigoli fatti a mano, burro-burro-burro, pepe-pepe-pepe e Monte-Monte-Monte (al posto del Parmigiano Reggiano). Ecco, sì, vorrei morire così.

Fumatore?

Sì, certo, sono un fumatore di sigaro. Io fumo Millenum e Moro, ma se devo scegliere scelgo il Moro. Negli anni ho trovato in questi due Toscani quella potenza, quella artigianalità, quei sentori che ritrovo solo nei grandissimi Amarone. E fumo solo ed esclusivamente sigari, non ho mai fumato una sigaretta, qualche Havana magari, ma coi Toscani è stata un’evoluzione costante.

Il libro sul comodino?

La scelta è ardua perché io sono un lettore impegnato, sin da giovane, su letture che mi gratificano ma che sicuramente non gratificheranno i nostri lettori: prevalentemente leggo trattati e saggi inerenti alla mia attività: lo faccio per informarmi e per aumentare il mio livello di consapevolezza. Se dovessi scegliere un libro, però, scelgo il libro di un carissimo amico che è un po’ il filo conduttore di tutto quanto ci siamo detti finora. L’autore è Luigi Gelmini e sentirlo parlare è illuminante: la Provvidenza tolse lui sia la vista che gli arti eppure, sentendolo parlare, ti rendi conto che non gli è stato tolto nulla, al contrario gli è stato dato qualcosa in più e, precisamente, una forza, una potenza di spirito che non ha eguali.

Questo libro dovrebbe essere sul comodino di tutti noi. 

Cosa accadrà domani?

Credo che “domani” ci sarà una fase positiva: una ripresa, un trend di crescita positivo, finanche il ritorno di una crescita generale a livello mondiale. Nell’ambito del mio futuro, io continuerò a fare l’imprenditore, continuerò a far crescere le mie aziende, che poi sono i miei due grandi amori: Generalfinance e La Collina dei Ciliegi. Per cui domani ci sarà crescita, sviluppo: ci sarà il prosieguo di quanto abbiamo seminato.

E ciò vale tanto per Massimo Gianolli quanto per l’umanità.

segui massimo

L’Art de Vivre

Previous article

L’Aragosta

Next article
Davide Bertellini
Folgorato fin dai primi anni dell'adolescenza da un'inarrestabile e sempre crescente "passione gourmet" a 21 anni aveva già fatto due volte il giro del mondo. Oggi, imprenditore nel campo della moda e del lifestyle, ha sostituito alla palestra il ristorante e, in qualità di jetsetter, frequenta i più importanti party e charity events nel mondo. Poliglotta, con la scusa di girare il mondo per il suo lavoro nel campo della moda frequenta i più bei ristoranti alla ricerca di quello migliore, che purtroppo non ha ancora trovato. Founding member Gustavia Yacht Club di St. Barth, è anche top reviewer italiano della guida americana Opinionated About Dining, scrive su Identità Golose per Paolo Marchi e su Passione Gourmet, al quale è affiliato a capo della direzione marketing. Sogno nel cassetto? Un tour mondiale dei ristoranti “3 stelle” della Guida Michelin con fotografo, ghostwriter e jet privato.

You may also like

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.