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Maradona, dagli archivi di Francesco Apreda

Il vizio di lasciare il segno

“Quella parabola inspiegabile che ha regalato al Napoli la prima vittoria sulla Juventus, io la ricordo come fosse ieri.”

f. apreda
Se Francesco Apreda potesse intervistare oggi Maradona, con una sola domanda, cosa gli chiederebbe?

Forse gli chiederei se si è pentito di qualcosa. Nelle sue apparizioni pubbliche non ha mai perso l’occasione per dire a tutti di aver sbagliato. Ha sempre negato di essere un esempio. Però sarebbe bello sapere da lui se sia mai riuscito a fare pace con le sue debolezze o se alla fine si è solo arreso. In quest’ultimo caso, rimanendo incredibilmente ancora più umano”.

Addì 3 novembre 1985, Stadio San Paolo di Napoli. In campo ci sono Napoli e Juventus, quando al 27° minuto del secondo tempo, Diego Armando Maradona disegna con incredibile eleganza un calcio di punizione geometricamente impossibile. 1 a 0 per il Napoli e vantaggio conservato fino al 90’.
In porta con la Juve c’era Stefano Tacconi. Sugli spalti invece c’era Francesco Apreda, 11 anni, occhi vispi e un futuro in cucina neanche lontanamente immaginabile.

Era una giornata piovosa e il San Paolo non era ancora coperto. Mio zio aveva trovato all’ultimo dei biglietti e siamo andati, ero nella Tribuna Inferiore. Avevo undici anni e c’erano un sacco di ombrelli aperti, ho visto quasi tutta la partita in punta di piedi. Su quella punizione però, il caso ha voluto che avessi una finestra di spazio dove vedevo tutto. Avevo la porta davanti ed è stato un attimo. Appena la rete si è gonfiata, non ho capito più niente”.

DIEGO ARMANDO MARADONA, CLASSE 1960

Diego Armando Maradona è tutt’ora uno di quegli eroi dei due mondi che rimarranno alla storia. Se Pelé non aveva strumenti mediatici per fare il giro del mondo, mentre Cristiano Ronaldo ha dietro agenzie di marketing che gli gestiscono la vita mentre fa il bagno in piscina, Maradona non aveva nessuno. Se non i suoi due mondi, l’Argentina e Napoli. Con la maglia numero 10, sette anni alle pendici del Vesuvio che come lui stesso ha sempre detto, “valgono almeno il triplo per il legame che ho con questa gente”.

Diego Armando Maradona al suo primo scudetto.

FRANCESCO APREDA, CLASSE 1974

Francesco Apreda è uno di quegli chef che grazie a un incredibile talento e ad altrettanta umiltà, è riuscito con dedizione a rappresentare l’Italia gastronomica in tutto il mondo. Insieme al prestigio dei riconoscimenti avuti, l’ultimo è la Stella Michelin conquistata immediatamente nel progetto Idylio by Apreda, presso l’Iconic Pantheon Hotel di Roma, la sua immagine è sinonimo di riservatezza e fascino. Seppur fortemente legato alla Capitale in cui oggi vive e lavora, Francesco nasce a Miano (NA) nel 1974 ed è un grande tifoso del Napoli.

Francesco apreda con sua moglie, Marilena, la figlia Giada e il figlio Alex. 

MARADONAS, ESTATE 1984

Esiste un’intera porzione di paese dove le partite venivano ascoltate nelle radioline di domenica, dopo le pastarelle, mentre in famiglia si giocava a carte e si controllava la schedina.

Era l’estate del 1984, io ero in vacanza con i miei e mi ricordo che appena dettero la notizia che il Napoli aveva comprato Maradona, mio padre mise tutti in macchina e corremmo a Napoli”.

Percorrere nei ricordi la vita di uno chef che oggi vanta il prestigio di una professione tanto straordinaria, quanto difficile, diventa emozionante anche se non si parla di cucina. 

L’amm’ accattat, 13 miliardi!”.

Questo si è gridato nei pomeriggi caldi di un golfo meraviglioso, ma messo all’angolo. Una città con le case sgarrupate nei vicoli stretti e bui dei Quartieri Spagnoli, con un centro storico dove perfino il Santo appartiene al popolo e dove le periferie, fatte di scugnizzi, vedevano alzarsi fortezze di cemento armato. Tutto all’ombra delle ville del Vomero e di Posillipo.

Io mi sono reso conto subito che qualcosa stava cambiando. Napoli è sempre stata un teatro ironico e colorato, ma anche se lo stadio era sempre pieno, calcisticamente non succedeva mai niente di importante. Quando è arrivato Maradona, un argentino che giocava al Barcellona, sembrava una cosa impossibile”.

Buenos Aires – Napoli, una linea sottile tra due realtà che, nei secoli, hanno condiviso lo stesso regno di conquistadores

Sono nato a Miano e ho vissuto lì, tra il 167 e Secondigliano, fino a pochi anni prima di quella stagione. All’epoca la mia famiglia si trasferì a Formia e per me fu difficile, ma importante. Proprio a Formia entrai per la mia prima volta in un laboratorio di cucina e m’innamorai di quelle pentole che non avevo mai preso in mano. Fino ad allora ricordo le trasferte sui treni speciali che organizzava Ferlaino per i tifosi. Viaggi a volte infiniti e impossibili. Attraversavamo l’Italia mentre l’Italia ci strillava tutti quei cori orrendi che conosciamo bene, ma a noi non interessava. Noi con Maradona vincevamo e loro potevano gridare quello che volevano”.

Alla base di una relazione capace di diventare forte, c’è sempre l’umiltà. Napoli era spocchiosa, rumorosa, abbandonata e additata, ma era umile. Maradona aveva 24 anni e portava con sé il successo di un’umiltà molto simile alle sue origini. Conservando quell’autenticità mai rinnegata che ha legato per sempre un uomo alle sue fragilità, portando il suo successo e il suo talento nelle mani di un popolo che gli assomigliava.

FRANCESCO APREDA, PRIMAVERA 1985

Io so che tutti i sogni si avverano. Questo c’è scritto su uno dei ritratti di Diego Armando Maradona che ho appeso in camera di mio figlio. A prescindere da quanto gli può essere contestato, per i suoi eccessi, rimane un esempio di grande umiltà e di grandissima umanità”.

Rivoluzionario, combattente, schierato e mai nascosto dietro la sua popolarità, Diego Armando ha fatto delle sue debolezze i suoi punti d’incontro più importanti con intere generazioni. Generazioni alle quali ha chiesto anche scusa, ammonendo di non essere un esempio, di non essere una divinità, ma un uomo.

Con i miei cugini prendevamo l’autobus di nascosto, il pomeriggio, per andare a Soccavo a vedere gli allenamenti. Lui c’era sempre e non si risparmiava mai, in campo e con noi. Tutto sembrava uno spettacolo e lo aspettavamo all’uscita dove si fermava ogni volta a parlare, firmare autografi, stringere mani – continua con emozione – Eravamo felici. Per chi come noi lottava per una vita di rispetto in quartieri difficili, quei pomeriggi erano aria pura”.

Così una città cambia faccia e si prende una rivincita. Su tutto. Regalando un entusiasmo ché insieme a quella sensazione di essere diventati vincenti, restituisce fiducia. Una cosa che va oltre lo sport.

Io c’ero quel giorno in cui Diego ha giocato due ore in un campo di fango, per raccogliere fondi a favore di un bambino. Era nel marzo del 1985 ad Acerra. Il Presidente Ferlaino e la società calcistica erano contrari, ma Maradona pagò l’assicurazione per tutti i giocatori. Versò un assegno di caparra sul totale da realizzare e fece superare gli incassi oltre qualsiasi risultato previsto, senza chiedere nulla indietro. In periferia. La cosa che mi impressionò di più però, in quelle due ore e nonostante le condizioni di pioggia, è stato vederlo non risparmiarsi su niente. Scivolate, rovesciate, dribbling… fu uno spettacolo che solo chi ama il calcio e rispetta profondamente le persone poteva offrire.

ARGENTINA – INGHILTERRA, IL SOGNO DI UNA VITA

Il gol del secolo, ovvero il Più grande gol nella storia della Coppa del Mondo FIFA.

Addì 22 giugno 1986, Stadio Azteca di Città del Messico. Erano i Quarti di Finale del Mondiale Mexico ’86 e l’Argentina sfidava l’Inghilterra. Diego Armando Maradona brucia cinque giocatori percorrendo 60 metri in dieci secondi, palla incollata al piede e nascosta a tutti. Compreso il portiere. Quel gol, venuto qualche minuto dopo il primo segnato con la Mano de Dios, è stato per lui “il sogno di una vita intera. Non avevo mai segnato in un Campionato Mondiale e da quando ero piccolo, il mio sogno era giocare un Mondiale, segnare e poi vincerlo”.

Allora viene da chiedere a chi nella vita è diventato uno chef di caratura internazionale, come Francesco Apreda, quanto Maradona abbia pagato poi il conto della rivincita partenopea.

È stata anche la sua di rivincita. Non credo lui abbia scelto Napoli, è successo e basta. Credo sia venuto qui anche perché sapeva che sarebbe stato il più forte giocatore del mondo, anche grazie alla stretta somiglianza con un popolo che lo avrebbe fatto sentire a casa. Tutta Napoli gli è sempre stata riconoscente e gli ha sempre perdonato tutto. Lui era un idolo per tutte le generazioni e aveva meno di trent’anni per gestire il successo, i soldi, il talento e le fragilità”.

Quindi Napoli lo sapeva. Maradona lo sapeva. 

Migliaia di famiglie vivevano di Maradona. Dalle sciarpe, le magliette col numero 10, bandiere, foto, autografi e addirittura santini. Si vendeva di tutto e ancora si vende di tutto, col numero 10. Un indotto che in un modo o nell’altro ha cambiato le basi inesistenti dell’economia più bisognosa di Napoli. Anche questo sapevano tutti e anche su questo lui non ha mai detto nulla, anzi, quando poteva regalava qualcosa di originale da vendere al posto dei falsi”.

Eppure oggi è facile parlare dei vizi e dei difetti del Pibe de oro. Facendo salire un po’ il dubbio che il problema sia il calcio, o magari proprio Napoli. Perché a memoria mia quando sono venuti a mancare meravigliosi talenti nel campo della musica, in giovane età e con problemi di droga, quasi nessuno ha puntato il dito sugli eccessi.

Si possono discutere le debolezze di un uomo, ma quando quest’ultimo diventa leggenda grazie al suo genio, alla sua sregolatezza, ma soprattutto alla sua umiltà, allora credo che quanto di buono abbia fatto debba prevalere. La sua imperfezione è umana. Per questo è arrivato al popolo come uno di loro.

NAPOLI, PRIMAVERA 1987

“Il primo scudetto. Il primo amore. Eternamente napoletano”

D.A. Maradona
Addì 10 maggio 1987. Stadio San Paolo di Napoli. Stavolta c’è il sole e in campo ci sono Garella, Ferrara, Bruscolotti, Carnevale, Di Napoli, Renica, Giordano, Bagni, Ferrario e Romano, ma era il Napoli di Maradona contro la Fiorentina di Roberto Baggio. Finale fissato sul 1 a 1 con gol di Carnevale e Roberto Baggio. Quello scudetto, arrivato dopo 61 anni dalla fondazione del club azzurro, è ancora oggi per tutti lo Scudetto del Napoli di Maradona.

Non saprei neanche descriverti Napoli quell’anno. Io ricordo di non essere andato a scuola per due settimane. Era un carnevale incredibile. Caroselli, bancarelle, feste e cerimonie. La città viveva un secondo Natale. Ricordo che dove vivevo con i miei cugini e parte della nostra famiglia, realizzammo tutti insieme uno striscione enorme. Un telo capace di coprire tutta la palazzina di tre piani. Era di 12 metri se non sbaglio e al centro c’era il Tricolore, tutti quelli che abitavano lì con noi lo legavano alle proprie finestre e sotto ricordo centinaia di persone che applaudivano. Ancora oggi, quando ci siamo sentiti per la tragica notizia, lo ricordiamo con amore io e i miei cugini”.

IL VIZIO DI LASCIARE IL SEGNO

Stonare una nota. Rompere le righe e sconvolgere gli ordini. Farlo attraverso il talento e la consapevolezza. Inseguire un sogno, condividere un disagio senza nasconderlo, sbagliare chiedendo scusa e affrontare le proprie debolezze consapevoli di non essere un esempio per nessuno. Tutto questo, con umiltà, ha reso Maradona l’uomo che ha sconfitto l’Inghilterra dopo secoli di dominazione, il fenomeno che ha regalato al Napoli due Scudetti e Tre coppe in sette anni, la leggenda del Mondiale messicano con i due goal più discussi nella storia del calcio. Cinque figli da donne diverse, origini amazzoniche e italiane, un debole per le rivoluzioni e la libertà. Una Ferrari, qualche pelliccia. Diversi vizi. Questo era Maradona.

Francesco Apreda continua con disciplina e sorriso a creare piatti nel cuore di Roma, in perfetto equilibrio tra la solidità delle proprie aspirazioni professionali e l’emozione di quando parla dei suoi due suoi figli. “Qualche giorno fa mia figlia Giada, che fa l’Alberghiero, mi ha mandato una foto che era nel laboratorio di cucina con il camice da chef… mi è preso un colpo. Lei vorrebbe specializzarsi in accoglienza, ma era bellissima e mi è sembrato di tornare indietro a quando è successo a me” e tuo figlio invece “Alex è un grande calciatore (9 anni), ma ha diverse passioni e interessi. Sicuramente è una persona che assorbe molto e osserva tutto, non saprei se consigliargli di fare questo mestiere in futuro, ma sono certo che riuscirebbe in qualsiasi cosa si metta in testa di fare”.
francesco apreda, archivio di Alberto Blasetti

Addì 25 novembre 2020. Tigre (Buenos Aires). Diego Armando Maradona, ne sono certo, si spegne lasciando a ognuno di noi la libertà (di pensiero) che ha sempre voluto.

Controllo impeccabile con il piede sinistro. Passione per le divise da calcio che, soprattutto da bambini, rendeva tutti uguali. Parabole impossibili e beneficienza, ma anche vizi, fragilità, controversie legali e finanziarie. Micheal Platini diceva “Quello che io faccio con il pallone, lui lo fa con un’arancia”, mentre Diego stesso rispondeva “Non è facile essere Maradona”.

Mentre scrivo io lo immagino ancora palleggiare a Stoccarda, nella Semifinale di quella Coppa Uefa del 1989, che vincerà.

 

Undici metri di solitudine

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Andrea Febo
Scrivere è sempre stata una forma di esigenza espressiva. Sono convinto che il vero potere delle parole sia quello di superare ogni immagine attraverso l’immaginario. Definito “creattivo”, ho imparato a lavorare proprio con l’immaginario grazie ai la boratori del maestro Stefano Benni. Per poi specializzarmi nel digitale. Ho insegnato fotografia e conseguito un Master allo IED di Roma in Comunicazione, Marketing, E-Commerce e Social Media, un Master in Restaurant Business and Management conseguito alla FIMAR Federazione Italiana Manager della Ristorazione e uno in Restaurant Innovation a Management presso la Giunti Academy. Ho studiato Podcasting presso il Centrostudi Giornalismo e Comunicazione, frequentando corsi di perfezionamento in Public Speaking e Comunicazione efficace. Non nego di essere uno Speaker radiofonico e un ideatore di Format in voce. Nel 2018 fondo il progetto Radio Food con quindici professionisti. Oggi continuo a dire che mi manca qualcosa…

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