In absentia

Acqua

Stamani mi
sono disteso
In un’urna
d’acqua
E come una
reliquia
Ho riposato
L’Isonzo
scorrendo
Mi levigava
Come un sasso

I Fiumi,
 L’Allegri(1931),
Giuseppe
Ungaretti
Non cercare di       primeggiare con le armi
Perché primeggiare con le armi chiama risposta
Colui che agisce distruggerà
Colui che prende perderà
Il Santo, non agendo su nulla, nulla distrugge
Non impadronendosi di nulla, nulla ha da perdere

Laozi

Un tempo non esisteva nulla. Il Caos regnava sovrano. Cielo e Terra erano confusi e l’Universo era rappresentato da un grande uovo, dimora di Pangu.
Passati migliaia di anni nell’oscurità Pangu, trovata una scure, decise di brandirla e di tirare un colpo netto davanti a sé. Il Caos originale andò in frantumi e le particelle più leggere andarono verso l’alto formando il Cielo mentre quelle più pesanti verso il basso formando la Terra.
Temendo che il fenomeno fosse reversibile, Pangu, iniziò a puntare i piedi in Terra e con la testa a sorreggere il Cielo per lunghissimo tempo. In una sorta di romitaggio primordiale e una volta che Cielo e Terra si sono stabilizzati, Pangu, sfinito, cadde al suolo e il suo corpo si trasformò: il suo fiato divenne vento, il suo occhio sinistro il sole, quello destro la luna mentre il suo sangue si trasformò in corsi d’acqua.
Spostandoci verso la mitologia greca possiamo trovare un parallelismo con il mito di Atlante, un Titano che, persa la battaglia per la supremazia di Zeus fu condannato a sorreggere sulle spalle il peso del Cielo per staccarlo dalla Terra. Il tributo allo sforzo di questo Titano ha generato vari nomi tra cui una delle ipotesi lo lega alla genesi del nome dell’Oceano Atlantico (elemento acqua) o alla prima vertebra cervicale del corpo umano che ha il compito di sorreggere il capo.
Cielo e Terra in entrambe le culture sono considerati al centro della cosmogonia, essenze che generano i poli dell’universo e manifestazione delle coordinate dello spazio e del tempo.
Nel Huainanzi (opera del II secolo che raccoglie i saggi di eruditi attivi alla corte di Liu Han, dinastia Han) si narra l’inizio di ogni cosa non intesa come creazione, ma come dispiegamento della realtà in tre tempi a partire dal “soffio originario” (yuanqi):

“Le essenze riunite del Cielo e della Terra diedero luogo allo Yin e allo Yang. Le essenze concentrate dello Yin e dello Yang diedero luogo alle quattro stagioni. Le essenze disperse delle quattro stagioni diedero luogo ai diecimila esseri. Il soffio caldo dello Yang in accumulazione generò il fuoco, e l’essenza del soffio del fuoco diede luogo al sole. Il soffio freddo dello Yin in accumulazione diede luogo all’acqua, e l’essenza del soffio dell’acqua diede luogo alla luna.”

L’acqua compone, insieme ad altri quattro elementi, le Cinque Fasi (wuxing), che messe in rapporto l’una con l’altra, stabilivano le connessioni dei vari istanti dell’anno con tutta una serie di fenomeni naturali o sociali.
Ad esempio si indicò in un primo momento la natura tipica di questi elementi come la proprietà ascendente del fuoco (tipicamente le fiamme si muovono verso l’alto) o quella discendente dell’acqua (che muove dalla fonte verso la valle).
In questo dualismo sono elementi messi all’opposto come punti cardinali (il fuoco a Sud e l’acqua a Nord) nel loro naturale modo di essere predisposti quando si vuole scaldare l’acqua stessa: il fuoco è posto alla base mentre il contenitore con l’acqua si pone sopra il fuoco. In questo senso il fuoco muove verso l’alto e l’acqua idealmente lo vuole incontrare muovendo verso il basso creando una circolarità energetica che donerà forza all’infuso.
L’osservazione della natura ha ispirato molti passaggi del pensiero cinese (pensiamo all’origine del simbolismo cinese con le ossa oracolari). La metafora dell’acqua, nel pensiero di Laozi, è presa in considerazione per spiegare la strategia del vincere cedendo, ovvero un elemento in apparenza insignificante che, pur senza porre resistenza a nulla, riesce ad avere la meglio sui materiali più solidi:

Niente al mondo è più cedevole e più debole dell’acqua

Ma per intaccare ciò che è duro e forte niente la supera

Niente potrebbe prendere il suo posto

Come il Dao, anch’essa scaturisce da una unica fonte e si manifesta successivamente in una infinità di forme e, per la sua natura inafferrabile, è sempre al confine tra il nulla e qualcosa.
Nel più antico manuale strategico sulla guerra della storia datato VI secolo a.C. ad opera di Sunzi “l’arte della guerra” l’acqua è presa come esempio per trovare i punti deboli del nemico:

Come l’acqua modella il suo corso secondo la natura del terreno in cui scorre, così il generale trova la vittoria in base al nemico che ha di fronte.

Perciò, così come l’acqua non mantiene una forma costante, così in guerra non ci sono condizioni costanti

Qui si ha la rappresentazione di un paradosso, ovvero il debole che può trionfare sul forte, ciò che è molle su ciò che è duro, come ad esempio un corso d’acqua che va a modellare una roccia nel tempo. L’idea sta proprio nel disinnescare la violenza ponendosi più in basso rispetto ad un aggressore, in quanto ciò che provoca l’aggressione è porre il proprio rivale in una posizione di inferiorità.
Questo concetto starà alla base di alcune delle arti marziali orientali tra cui il judo, fondato sugli equilibri e sulla non resistenza all’avversario (judo significa “la via delle cedevolezza”) o nel rapporto tra chi serve il tè e chi è servito nella cerimonia del Gong Fu Cha, da qui Gong Fu deriverebbe da Kung Fu ovvero l’arte marziale cinese nata nei monasteri Shaolin il cui significato è “esercizio eseguito con abilità”.

Così come un’arte marziale, così come la vita, così come servire una tazza di tè.

In questo senso però il non agire non significa non far nulla ma solo astenersi nell’azione aggressiva, interventista, diretta, al fine di lasciare agire la potenza invisibile del Dao.
Il Santo d’altra parte è colui che “aiuta i diecimila esseri a vivere secondo natura, guardandosi dall’intervenire” e colui che “sapendo camminare non lascia traccia”.
In questa visione di apparente immobilità si aggancia perfettamente un pensiero agricolo che da sempre è esistito e che solo le politiche industriali e legate al “dio denaro” hanno celato: l’agricoltura del “non fare”.
Masanobu Fukuoka ne “La rivoluzione del filo di paglia” ne parla ampiamente non come una agricoltura dell’osservare ma come una agricoltura in cui bisogna trovare un equilibrio con la natura senza forzarla e, anzi, aiutandola solo quando necessario. In questo modo ci si pone in una posizione più in basso rispetto alla natura stessa che ripagherà con la vita il rispetto a lei donato.
Nella visione antropocentrica della teologia cristiana si può trovare un passaggio in cui si riflette sulla visione del “non fare” apparentemente solo di stampo orientale.
Matteo 6,26-30

26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 
27 E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita? 
28 E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; 
29 eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. 
30 Ora se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? 
La tecnologia tende, nel suo uso massivo, a soffocare la natura e l’azione che si può fare è di non adattare una situazione a proprio stampo, dato che non si avrà un effetto positivo se non quello di mutizzare il presente, al contrario sarà necessario fare un passo indietro, camminare controcorrente per andare alla ricerca dell’unica verità possibile ovvero tornare alla fonte, all’origine.
Questa rigida e rigorosa architettura fa da sfondo all’esperienza che porterà il Tèologo ErranTe a contatto con un artigiano del territorio, della vite, del vino e della vita: Josko Gravner.
Proprio lui è andato alla ricerca dell’acqua pulita, della fonte del vino, facendo un viaggio in Caucaso che lo portò a riflettere su una rivoluzione enoica che metterà in atto coadiuvato da un altro grande concetto: il senso del tempo, la lentezza, il riposo e il pensiero.
Quando si arriva a Oslavia passando per Gorizia ci si presentano in prefazione le condizioni al contorno della storia che andremo a vivere: si passa il fiume Isonzo dal ponte di Piuma e ci si inerpica in una strada tortuosa e contorta che porta verso la cima e che ad un certo punto lascia spazio al Sacrario di Oslavia, sede di quasi 58000 soldati (quasi tutti italiani) caduti durante la Prima Guerra. Un edificio rigoroso nelle sue angolature e nei suoi colori puri con tonalità bianco grigiastre a ricordarci una foto in bianco e nero. Una sospensione del tempo di una tomba di gioventù che ha spezzato vite troppo presto, che ha reso Oslavia una dimora famosa e che in chiave onomatopeica risuona come il sibilo della Bora che spazza via la nebbia e la riflessività in bianco e nero riportando i colori in queste terre.
Si arriva in località Lenzuolo Bianco e si iniziano a scorgere le vigne di Ribolla ad alberello a ventaglio. Il senso del rispetto, del silenzio e di una situazione sospesa investono l’osservatore che sembra catapultato di fronte ad un’altra foto in bianco e nero: quella della prima battaglia dell’Isonzo il 23 Giugno 1915 in cui a causa dei bombardamenti restò in piedi solo una parete intonacata di bianco punto di riferimento dei soldati (da qui Lenzuolo Bianco). Attorno a questa parete in questa fotografia mentale si ritrovano solo macerie e distruzione. Sullo sfondo però si può scorgere la vita: come anche solo una parete rimasta in piedi può dare il senso della vita anche un albero di ciliegio può essere fonte di ripartenza. Il Lenzuolo Bianco restituisce un senso di contrasti degni della filosofia orientale di cui sopra: la morbidezza e il candore familiare di un lenzuolo bianco contrapposta alla rigidità e confinamento di una parete solida che custodisce l’intimità di casa; la rilassatezza e senso del riposo di chi si sdraia sopra un lenzuolo bianco al senso di dolore, del limite del pudore, del confine tra la vita e la morte, del rispetto e della capacità di fermarsi di chi purtroppo si trova sotto un lenzuolo bianco.
Gravner ha origini tedesche della bassa Baviera e proprio in tedesco si potrebbe ricondurre il cognome a “grau” che in tedesco vuol dire grigio. Questo colore si incastra perfettamente nel tessuto del racconto e in una ipotetica fotografia in bianco e nero in cui quest’uomo si pone fra queste due tonalità creando migliaia di sfumature diverse come fece per almeno dieci anni Joseph Niépce, il primo a catturare nel 1826 una immagine permanente in “Veduta dalla finestra a Les Gras”. Lo stesso affermò che la sua tecnica era “particolarmente adatta a rendere tutte le delicate tonalità della natura” ovvero i toni di grigio.
Il pensiero daoista gravneriano del “non fare”, la condizione spirituale di “ritorno all’origine” primordiale, la mutua corrispondenza tra Cielo, Terra, Acqua, Fuoco, Legno, Metallo che si può trovare sia in vigna che in cantina tramite il principio della “risonanza” (ganying) ovvero trovare un equilibrio e un accordo tra i vari elementi naturali, sono alla base sia del pensiero orientale che del pensiero gravneriano.
Il punto di unione tra i due pensieri sarà proprio l’acqua: il Tèologo ErranTe ha selezionato un tè e una annata specifica della Ribolla di Gravner. Entrambe le bevande saranno degustate in armonia con la natura utilizzando un’acqua particolarmente pura: quella della fonte dell’Isonzo
La ricerca della purezza dell’acqua nella preparazione del tè è un “topos” ricorrente nella cultura cinese, dopo che il Canone del Tè di LuYu è diventato un testo canonico la classificazione e ricerca dell’acqua per il tè è diventato un genere letterario che ha ispirato molti scrittori.
Lu Yu stesso ci pone di fronte a standard di purezza assolutamente utopici come l’acqua che gocciola da stalattiti dentro una specifica grotta, ma ci dice anche che l’acqua di fonte è quella da preferire rispetto all’acqua di fiume, mentre la meno indicata è quella di pozzo.
Per questo motivo si è scelto di andare alla fonte di un corso d’acqua tanto caro e importante per Gravner e non solo: l’Isonzo. L’obiettivo sarà preparare un tè in abbinamento con una Ribolla di Gravner in una annata specifica: 2005. Il tè sarà preparato utilizzando l’acqua prelevata direttamente dalla fonte dell’Isonzo in loco in Val Trenta (Slovenia).
Il viaggio che porta alla fonte è ricco di tortuosità stradali ma anche tanta bellezza come il giardino botanico alpino Juliana e le valli incontaminate. La natura sembra esplodere e nell’ultima parte di cammino si deve lasciare la macchina ad un rifugio chiamato “Koča pri izviru reke Soče”.
Da qui si apre un sentiero per raggiungere la fonte a 990 metri di altitudine. Il bosco è avvolgente, la fatica palpabile, l’aria pura e si risale verso l’alto come una fiamma che scalda l’acqua. Da lontano si ode invece lo scroscio impetuoso dell’acqua che, vedendo finalmente da luce dopo tanti anni sottoterra, si carica di energia e fluisce verso il basso.
L’ultima parte del percorso è tanto pericolosa quanto emozionante: si procede in fila indiana agganciati ad una corda in un percorso a strapiombo sulla valle, come un “acrobata” ungarettiano. Prima di arrivare la natura ci costringe ad “abbracciare” la nuda roccia, quasi a prendere confidenza e sentire l’energia di un elemento genitrice per il fiume, per il territorio, millenario, che ha visto il mutare del tempo, l’uomo, le guerre, la vita e la morte.
Arrivati a destinazione si è travolti dalla bellezza di un ventre naturale che genera una fabbrica dei colori continua grazie alle angolature di luce, alla roccia sottostante, alla velocità dell’acqua.
L’azzurro diventa verde, il verde diventa smeraldo, l’azzurro si fa cobalto in alcuni punti, la velocità incalza l’osservatore che si lascia trascinare nella danza del fiume che “leviga” i sassi.
Il Tèologo ErranTe trova un tavolo naturale fatto di una roccia fredda ma dove sarà possibile pian piano creare una infusione con tutte le attrezzature necessarie.
A fianco scorre l’acqua dell’Isonzo, viene prelevata nel suo punto di maggior impeto e l’assaggio restituisce un senso di freschezza e purezza carsica emozionante.
Il tè che è stato preparato è un Lu An Gua Pian, un tè verde cinese della regione dell’Anhui. In questo tè non sono presenti germogli ma solo la seconda e terza foglia che sono foglie più grandi, più vecchie e che apportano una dolcezza diversa.
Zhou Enlai, primo ministro molto vicino a Mao di cui abbiamo parlato in FUOCO, era un grande appassionato di questo tè oltre alla imperatrice Cixi.
Contestualmente viene aperta la Ribolla 2005 dentro la coppa di Massimo Lunardon. Cinque mesi in anfora e quattro anni in grandi botti di rovere. Certamente una annata di passaggio che non rappresenta l’attuale iter di affinamento della Ribolla ma in cui la sinergia tra una annata di grande equilibrio e il “touch” del legno più morbido hanno permesso un affinamento in bottiglia che ha seguito una sua strada fatta di leggerezze, aromaticità verdi e toni salmastri.
Il colore del tè richiama il verde smeraldo dell’Isonzo mentre l’ambra brillante del vino un sole estivo che si sta posando sull’Isonzo stesso. Luci e ombre, richiami erbaceo aromatici si susseguono mentre le architetture gustative portano in luce la stessa dinamica di leggerezza “acidica” e successivamente saporita con un tannino elegante in entrambe le bevande.
Lo scroscio del fiume sulle rocce enfatizza tutte queste sensazioni, l’Isonzo è stato l’artefice di questo incontro tra culture tanto distanti ma, sempre più, tanto vicine.
La natura fa il suo corso, il tempo passa, le bevande entrano dentro di noi e sempre più facciamo parte del tutto possedendo ciò che abbiamo conquistato con il gesto di bere. Bere per possedere dunque.
Il Tèologo ErranTe si lascia andare e si adagia idealmente con movimenti sinuosi lungo il corso del fiume come le figure femminili senza veli di “Acqua in movimento” di Gustav Klimt. Volti rilassati in balìa della natura, un demone dell’acqua che potrebbe essere ricondotto alla figura dei Kappa per la cultura orientale veglia su di loro come per rassicurarle. Questa “ondularità” richiama al senso estetico e simbolico dell’acqua nella cultura cinese.
Acqua si traduce in shuǐ con il simbolo ma nelle iscrizioni sulle ossa oracolari dell’età del bronzo il simbolo nasce con questa forma:

Non è altro che un fiume al centro con degli argini ai lati o, se vogliamo andare oltre, è la raffigurazione schematica del dipinto di Klimt con il fiume al centro e le figure femminili ai lati.

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Ciro Fontanesi
O del TÈologo ErranTe. Ciro Fontanesi, anno del Topo, ingegnere e bevitore per passione. Accoglie due anime: quella quadrata, spigolosa e calcolatrice da ingegnere e quella bevènte che nel tempo, essendo naturalmente (in senso stretto) più imprevedibile, ha aiutato a smussare gli angoli.

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