“Il bicchiere della staffa” ovvero Slaapdrankje, di Johannes Rosierse (1860 ca.)
Utopia del bicchiere della staffa

Utopia del bicchiere della staffa come filosofia di vita, con lo Champagne Occhio di Pernice di Jean Vesselle

Cita Wikipedia: “Il bicchiere della staffa è l’ultimo bicchiere che si beve prima di congedarsi dagli amici, in genere per recarsi a casa propria per riposare; ad esempio un bicchierino di bevanda alcolica o il latte prima di andare a dormire. Si ritiene che l’espressione sia nata nell’Ottocento, quando i signori che si recavano nelle locande bevevano l’ultimo bicchiere quando già avevano un piede nella staffa, pronti per montare a cavallo”.

Altre plausibili fonti ci riferiscono che il locandiere era solito offrire, al signore che aveva frequentato la sua locanda, un bicchiere di buon vino o distillato col duplice scopo di gratificare il ricco cliente e lasciargli un buon ricordo sensoriale impresso sulle papille.

Inoltre, ci sono fonti del 1866 citate sul capitolo della lingua bolognese e delle sue origini celtiche, che citano il Bicchiere della Staffa come consumata usanza celtica di offrire un bicchiere di vino agli ospiti che si accingevano a far ritorno alle proprie abitazioni.

Ad oggi rimane l’espressione per indicare l’ultimo bicchiere prima di salutarsi o comunque prima del ritorno a casa.

Mi domando, però, se il Bicchiere della Staffa possa rappresentare uno stile di vita.

Delegare, prolungare, strascinare il piacere di un altro passo ancora: è realmente possibile? O come col brodo allungato si diluisce solo il sapore, il ricordo diventa vago, il piacere meno intenso, a volte si tramuta anche in spiacevole surplus.

Less is more” o “Melius est abundare quam deficere“?

Può darsi che identifichi un lato del proprio carattere. Chi non ne ha mai abbastanza è alla ricerca del prolungamento del benessere, spinto da innumerevoli ragioni: approcci, voglia di non tornare a casa, gioco, convivialità, sfida… Probabilmente è un’attitudine del tutto personale, avulsa dal piacere in sé.

Per prolungare il fatidico momento dell’arrivederci immagino un delizioso, magari ennesimo, calice dell’Occhio di Pernice di Jean Vesselle.

In pochi oggi propongono questo particolare Champagne rosato, una volta decisamente più in voga, ottenuto mediante una rapida macerazione sulle bucce. Nel 1972, Jean riscopre delle bottiglie di Pinot Nero dal sorprendente colore che per me è più vicino alla buccia di cipolla che non al color salmone, come spesso mi è capitato di leggere… Decide così di riprendere la produzione de l’Oeil de Pedrix: il risultato è uno Champagne gradevolissimo, dal carattere pacato ed elegante frutto di solo Pinot Nero, proveniente da parcelle a Bouzy.

Il legame con questo comune classificato Grand Cru è particolarmente forte e il Pinot Nero, qui, trova uno dei suoi migliori territori. Ora è la figlia Delphine che ne continua la tradizione, tenendo ben chiaro il rispetto del terroir, del vitigno, e dell’unicità degli Champagne proposti, dal gusto vagamente retrò e, allo stesso tempo, perfettamente attuali. In bocca è secco, fresco, senza rincorrere ad acidità smodate, ha gusto armonico ed elegante, decisamente giocato sulla finezza.

Un meraviglioso jolly a tutto pasto.

L’Art de Vivre

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Alessia Cattarin
Dicono di me: ironica e auto-ironica, granitica sulle posizioni lavorative e personali, ma malleabile se necessario. Socievole. Pessimista cosmica, ma in grado di illuminarsi davanti ad una bollicina. Senza mezzi termini, la diplomazia sembra proprio non riguardarmi. Capace, tenace e professionale, in uno strano modo persino paziente. I complimenti per ultimi: qualcuno ama definirmi Puntigliosa! Di me penso: sono un’irrimediabile sognatrice, una metallara, una fenice, un avvocato delle cause perse, una che non tollera sopraffazioni e ingiustizie. Cinica, per sopravvivere in un mondo concepito con sadismo.

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