Mille et un flacons

Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo

Il Kōdō: la via dell’incenso nel Sol Levante

In Giappone il profumo da indossare non ha quasi mai riscosso grande successo da parte del pubblico femminile il quale si identifica con una nicchia di mercato riservata alle fragranze per bambini. Questi sentori infatti, ovviamente più delicati, quasi impalpabili ed eterei, suscitano nelle signore grande interesse proprio per la discrezione e la dimensione più misurata che questi evocano.
La parola profumo entra in uso in Giappone solo alla fine del 1800 successivamente all’apertura del paese al mondo occidentale il ché lascia dedurre che l’etimologia del termine tradotta «acqua profumata» sia relativamente nuova. 

Se quindi l’arte della profumeria personale nel Sol Levante è pressoché trascurata, l’impiego di incensi vari per profumare gli ambienti vanta una tradizione millenaria mutuata dalla religione buddista quale strumento rituale e devozionale, raggiungendo lungo i secoli vette di perfezione assoluta.


Per il nipponici  esiste infatti un imprescindibile legame tra natura, poesia, incenso ed equilibrio psicofisico dell’uomo;  i Koh-shi (Maestri di incenso) selezionano i loro ingredienti tra centinaia di balsami, gommoresine, bacche,  legni aromatici, erbe e alia provenienti dalle tradizioni medicinali di tutto il mondo, in particolare in Cina, Tibet e India. 

Arita Imari brucia incenso in fine porcellana del 18 secolo.
Quella di bruciare i legni odorosi è un’attività antica, il fumo della combustione sale verso il cielo (come non potremmo vedere in questo gesto un modo per elevarsi, purificarsi e ringraziare le divinità!). Basterebbe, del resto, solamente soffermarsi sull’etimologia della parola “profumo” tradotto dal latino, ovvero «attraverso la fumigazione».
In Giappone quest’arte venne tramandata grazie alla codificazione e al sistema dello «Iemoto», ossia la trasmissione di padre in figlio della scuola delle arti tradizionali giapponesi, come testimoniano il Cha no yu (la Cerimonia del tè), l’Ikebana (anticamente detta Kado, l’arte della disposizione dei fiori recisi), il Teatro no, lo Shodo (l’arte tradizionale giapponese della calligrafia), il Bugaku (la danza tradizionale giapponese), la Sakura (la musica tradizionale giapponese), il Kodo (l’arte giapponese di apprezzare l’incenso), il Senchado (l’arte della preparazione e della degustazione del tè verde) e le Arti Marziali.

Il rito di bruciare legni aromatici viene testimoniato per la prima volta in un testo del VI secolo ove si racconta che un grande tronco di legno di aloe si arenò sulle spiagge dell’isola di Awaji, fu raccolto dai pescatori sulla spiaggia che lo bruciarono e, impressionati dall’aroma meraviglioso che emanava, decisero di farne dono all’imperatrice Suiko. 

Uno dei capolavori della letteratura giapponese «Genji monogatari », ossia «il racconto di Genji», testimonia che i nobili tra l’VIII e il XII secolo usavano profumare i tessuti, gli indumenti e i capelli che peraltro adornavano con candidi fiori di ciliegio e, così, anche la carta sulla quale scrivevano.
Pian pianino si andò così ad ampliare la gamma degli aromi che venivano utilizzati diffusamente in molti oggetti di uso quotidiano come il Komakura (un cuscino imbimbito di sostanze odorose per profumare le acconciature delle dame) o il Kodokei (un orologio che emana profumo di legni aromatici). Parimenti, in questo periodo la poesia, la raffinatezza, i linguaggi estetici raggiungono sommi vertici espressivi. 
Le dame a corte non si palesano quasi mai, sono figure più che altro evanescenti che se ne stanno nascoste quasi sempre dietro colorati ed eleganti paraventi ma se ne fiuta la cultura, la raffinatezza e la profondità intellettuale attraverso i sentori che emanano.

Forse meno noto è che anche i guerrieri profumavano le loro armature con legno di aloe per rilassarsi ma, al tempo stesso, incitare lo spirito nascondendo e lavando via l’odore di sangue della battaglia, ma anche perché il profumo di questo, che veniva appunto dalla terra, ricordava loro la caducità della vita umana e che a questa sarebbero tornati, se vinti  in battaglia.

Attorno al XV secolo, alla corte di Kyoto, in un lasso di tempo di circa un secolo, viene definito il codice della cultura tradizionale giapponese. Assistiamo alla nascita straordinaria di linguaggi artistici che diventano discipline, assumendo il carattere di Do (via, percorso) unendosi al substrato zen etico-filosofico il primo dei quali fu il Teatro No, il Cha no yu, poi il Kodo, l’Ikebana…

Quello del Kodo, trovando nella magia dell’arte dell’incenso la sua massima espressione come peraltro anche nella Cerimonia del tè , per i nobili guerrieri era un momento di vita irrinunciabile volto ad assaporare armonici accordi di note olfattive e degustative. 

Purtroppo la maggior parte della popolazione giapponese non ha mai studiato le fragranze e il Kodo sebbene questa utilizzi vari incensi per profumare gli ambienti delle proprie case. Il fatto che l’utilizzo di queste fragranze per la casa sia tuttora molto diffuso tra le persone di qualunque ceto sociale sembra dimostrare che i valori spirituali di un tempo siano ritenuti importanti ancora oggi creando, di fatto, una solida continuità tra presente e passato. 

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Alessandra Vittoria Pegrassi
Andrea G. Pinketts (noto scrittore noir Milanese mio amico di cuore, mio braccio destro e alle volte pure sinistro) aveva già inquadrato ed incoraggiato il mio senso del gusto, o meglio del buon gusto, quando quindicenne andavo a comprarmi da un droghiere del quadrilatero, facendomi fuori la paghetta mensile, aulentissimi bonbons alla violetta, meringhette all’anice e collutori ai petali di rosa. Questa precoce ma solida ricerca del buono anche sinesteticamente parlando mi ha poi condotta a Parigi ove un profumiere stregone mi ha insegnato pian pianino e svelato poi i prodigi della composizione dei bouquet e delle sue note...

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