Primo Piano

The Batman

Qualcuno volò sul nido del pipistrello

A proposito di The Batman, Un paio di giorni fa ho rivisto Jarhead che È un film particolare, che avrebbe fatto felice Buzzati. Tutto ruota intorno all’attesa di qualcosa che non si verificherà.
Mentre lo guardavo, pensavo che la fattura era di serie A, a cominciare dalla regia di Sam Mendes. In particolare una scena mi ha dato la conferma di quanto fosse ben costruito: il protagonista, interpretato da Jake Gyllenhaal, nutre il dubbio che la fidanzata lo tradisca; preso dalla paranoia, sogna di vomitare della sabbia in un lavandino, il tutto accompagnato dalle note di Something in the Way dei Nirvana.
E qui casca l’asino.
Il cervello mi ha riportato alla visione di The Batman di qualche settimane prima e in particolare alla scena in cui il nostro eroe sfreccia solitario per Gotham, in sella a una moto sportiva, accompagnato dalla medesima canzone. Stessa song, diversi utilizzi.
In Jarhead la canzone accompagna lo stato d’animo di un personaggio inserito in un contesto paranoico, al limite della follia, dove l’equilibrio mentale è tanto labile quanto fondamentale per garantirsi la sopravvivenza. Jake Gyllenhaal ha 20 anni, sta per combattere, vuole combattere, smania di mettersi alla prova, ma non ha fatto i conti con la realtà quotidiana del mondo in cui vive, non ha, cioè, considerato che il vero nemico è prima di tutto dentro di sé e poi, forse, al di là di una duna nel deserto.
In The Batman la canzone accompagna un (anti)eroe alle prese con delle turbe post-adolescenziali sul senso di integrità nel farsi allegoria della vendetta. Detta così pare un argomento estremamente serio, e a ragione; nei fatti, tutto si risolve in qualcosa di più banale.
Ho la fortuna di non aver mai letto un fumetto di Batman in vita mia e nemmeno inizierò a farlo. Uso il termine “fortuna” in quanto questa mancanza mi garantisce il lusso della libertà dall’obbligo d’imbastire sterili confronti tra il testo di partenza e quello di arrivo. Un mio ex professore universitario di cinema una volta mi disse: confrontare un libro con l’adattamento che ne è stato realizzato è utile solo a trovare le differenze tra i due. Ho elevato questa frase a mantra nel momento in cui analizzo un film. Mi fanno sorridere le persone che sparano a zero su un film criticando quanto si discosti dal libro/fumetto di partenza. È come confrontare la qualità di una mela con una pera, solo perché entrambi sono dei frutti. Il senso di questo approccio sta nella constatazione pura e semplice che la qualità di un film è data dal film in sé, non da altro. Ed è un bene sia così. Di Batman io conosco solo quello che ho visto nei film realizzati negli ultimi trent’anni.

E dunque, perché parlo di “banalità” affrontando The Batman?

Perché, come suggerito dal diverso uso della canzone dei Nirvana, Matt Reeves imbastisce un discorso ammantandolo di serietà e profondità morale, per poi risolverlo in conflitti da melodramma pomeridiano, pomposamente camuffati ma fragilmente sostanziati.
Il tema della vendetta è serissimo. Il confine tra giustizia e giustizialismo è forse uno degli argomenti più delicati e profondi che si possano affrontare, quando si parla di gestione/organizzazione della società. Mostrare un ottimo incipit in cui il protagonista non è sicuro della legittimità morale delle proprie azioni, praticate più per una sorta di narcisistico desiderio di catarsi che reale intento riabilitativo, è potente, ma lo devi sostenere. Dopo tre ore di film, concludere con una scena finale da spot delle assicurazioni su quanto sia importante elevarsi a baluardo della speranza per riscattare l’animo corrotto di una città, è ai limiti della denuncia. Comprendo il budget da 200 milioni abbia imposto una semplificazione argomentativa atta a risultare comprensibile a tutti gli spettatori, però c’è un limite. O meglio, potrebbe starmi bene se le premesse fossero state coerenti.
Mentre il film proseguiva, ero combattuto. Da una parte ho apprezzato la prima ora come non mi capitava da tempo, guardando un film – compassata, seria, ben girata; dall’altra mi sono via via incupito di fronte agli sviluppi del secondo e terzo atto.
Tutte le premesse di seriosità si sono risolte in: i genitori di Bruce non erano così buoni come sembravano perché il cattivo di turno li aveva obbligati a scendere a patti con la malavita; Bruce non poteva gestire questo profondo, profondissimo dilemma personale ma al contempo non poteva nemmeno smettere di incappucciarsi e picchiare i criminali; Catwoman un poco si avvicinava un poco si allontanava perché, pure lei, doveva gestire dei dissidi personali; le motivazioni dell’antagonista erano legate a presunti torti subiti da piccolo a causa del disinteresse del padre di Bruce.

In sintesi: una puntata di Dawson’s Creek lunga tre ore. Che non è un male in sé e per sé, ma chiamala col suo nome.

Soprassiedo sulla gestione dei villains per una semplice ragione: Paul Dano si vede cinque minuti di numero, giusto per farti rimpiangere lo squilibrio di minutaggio con cui è trattato il suo personaggio; Colin Farrell, sotto chili di trucco, entra in scena per dire qualche parolaccia, sia mai che non si capisca che pure lui è un cattivo; il rilancio finale a Joker è totalmente ridicolo che manco ci vuoi credere lo abbiano davvero lasciato nel film.
Mi si potrà dire: ok, ma almeno è bello da vedere. Sì, ma non gridiamo al miracolo. Che il film sia ben fatto a livello tecnico io lo considero il minimo sindacale, al netto del budget stanziato. E, parlando dritto per dritto, basta avere qualche dimestichezza col cinema di David Fincher per ridimensionare il plauso generale. Idem dicasi per la scena dell’inseguimento contromano in autostrada. Ottima, nulla da obiettare, ma William Friedkin c’era già arrivato 37 anni fa, in quel capolavoro del 1985 che è Vivere e morire a Los Angeles.
Ultimo aspetto: Pattinson. Personalmente lo reputo uno dei migliori attori attualmente in circolazione. Lo ha dimostrato chiaramente in Cosmopolis. Il problema della sua recitazione non è tanto legata a una certa monotonia generale, quanto, piuttosto, a un’incoerenza complessiva che lo porta a calarsi nei panni del post-adolescente tormentato, dovendo pure accollarsi la responsabilità di impersonare un eroe la cui sola presenza dovrebbe incutere terrore a un intero mondo criminale.
Sostanzialmente, Pattinson si trova nella spiacevole condizione di risultare eponimo dello sbaglio generale che muove l’intera produzione: premettere una soddisfazione che, a conti fatti, non arriva. Ed è un peccato, nonché uno spreco di tempo e risorse.
Ma il botteghino sta ringraziando e un sequel è in fase di sviluppo. Detto tutto.
...segui Gianpietro.

Bukowski e Ribelle 2.0

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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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