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L’esorcista – Il credente

Impresa complessa parlare di questo film senza pensare a L’Esorcista originale, il CAPOSTIPITE del 1973.
Impresa complessa perché il film di David Gordon Green si pone come sequel diretto del gioiello di William Friedkin e rilancia: L’esorcista – Il credente è addirittura il primo capitolo di una trilogia, stile quella di Halloween diretta dal medesimo.
Aiuto.

Facciamola semplice: questo del 2023 è un film brutto se preso in sé e per sé; brutto e imbarazzante se paragonato a quello del 1973.
Scrivo brutto tentando di guardare con occhio neutro la questione: L’esorcista – Il credente è diretto male e interpretato peggio.
L’emblema della disfatta è la presenza rediviva di Ellen Burstyn. Ebbene sì, la Chris MacNeil del primo film torna alla veneranda età di 90 anni (avete letto bene) per aiutare il protagonista a salvare la figlia posseduta.
Fa tenerezza e pena vedere la dedizione della Burstyn per garantire un briciolo di credibilità al film, più che altro perché, per evidenti ragioni fisiche, l’apporto della stessa è stato condensato in pochi giorni di riprese e poi diluito in sede di montaggio. E qui si manifesta il primo elemento che concorre a rendere il film brutto: il montaggio.
In quasi tutte le sequenze in cui la Burstyn è in scena le scene hanno un montaggio errato. Parlo di errati raccordi talmente evidenti da farti chiedere se la versione uscita in sala non sia una bozza in lavorazione – nel primo incontro con Victor il dialogo in campo e controcampo mostra spesso la Burstyn guardare in una direzione mentre Victor si muove in tutt’altra.
Bastasse questo saremmo già a buon punto, ma Gordon Green non si accontenta e rilancia: oltre al montaggio, aggiunge anche una sceneggiatura ai limiti del saggio didattico su come non scrivere dei dialoghi e, soprattutto, delle scene.
Senza scomodare Friedkin, un principio base di un regista competente è quello dello “show don’t tell”: sei un regista, il tuo materiale primario è dato dalle immagini quindi datti da fare per raccontare per immagini più che per parole. Ci sono film nei quali il dialogo cadenza la narrazione? Certo, ma sono elementi ben inquadrabili in specifiche branche diegetiche realizzate da altrettanti specifici autori. Qui non ci interessano.

Gordon Green mette in scena un terzo atto a dir poco ridicolo, nel quale la forza umanitaria del team anti-demone, che entra in scena manco fossimo in un action anni ’80, è continuamente spiegata e spiattellata in faccia allo spettatore con tale spudoratezza da lasciare basiti. Già la composizione del team stesso fa prudere le mani (l’ateo, il fanatico, il vicino ficcanaso, l’ex suora, il prete fifone) ma quando si ascolta il monologo fuori campo che tira una filippica degna di un tema di terza elementare su quanto il male faccia male e sia male, be’, la mascella cade.

E direte: vabbè, almeno il film dopo finisce. E invece no!

Perché il nostro, non parco di cotanto assemblaggio privo di gusto che ci ha propinato, si gioca l’asso: scena finale con ritorno in scena di Linda Blair nei panni di Regan, mentre abbraccia la madre, riappacificandosi dopo anni di silenzio.
Aiuto.
C’è un approccio talmente militante e politicamente corretto in questo film da spaventarsi; non tanto per il risultato in sé, che almeno è così mal fatto da evidenziare la propria inconsistenza, ma per come viene considerato lo spettatore e per come lo si voglia indottrinare.
Mi permetto l’unico vero paragone col film del 1973 per spiegare il concetto: Friedkin non ha voluto veicolare nessun messaggio, lo ha dichiarato più volte. Quando decise di dirigere L’Esorcista lo fece per la storia, per mettere in scena una vicenda che lo aveva colpito. Nulla di più. Nessuna lettura morale, né politica. Per quanto suoni assurdo non voleva realizzare nemmeno un film HORROR in senso stretto, considerato l’approccio documentaristico che permea tutta la pellicola. Una storia di possessione, narrata per mostrare gli effetti che poteva avere più su chi doveva assistere inerme che su chi era posseduto; tutto qui – va ricordato che il libro da cui è stato tratto il film, a sua volta fu ispirato da un vero esorcismo avvenuto nel 1949 in Missouri. E se non vi fidate guardate la versione del 1973 e la versione integrale del 2000: vedrete i tagli operati nel montaggio uscito nel 1973 per dare forza solo ed esclusivamente alle immagini, non alle parole.

Quello di Gordon Green è un film che fa male perché tratta gli spettatori da menti da plagiare. Sebbene gli spunti iniziale siano interessanti, a cominciare dai riti hoodoo contrapposti ai riti canonici ufficiali, tutto si risolve in un manifesto propagandistico contro il pensiero critico – e mi verrebbe da dire: contro il pensiero punto e basta.

È facile gridare alla libertà di espressione e di ragionamento; peccato che, quando si indottrina qualcuno imponendo una sola interpretazione di un prodotto artistico, si entra in una leggera contraddizione che afferma esattamente il contrario.
Friedkin non lo avrebbe fatto. E lo ha dimostrato.
...segui Gianpietro.

Sebastiano Favero

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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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