Metrica

James Joyce, il latte, la lattaia e l’Irlanda colonizzata

la panna sdipanava pigra le sue spirali scagliose nel tè

James joyce, ulysses

 – Quanto, signore? domandò la vecchia.     

– Due pinte, disse Stephen.     

La guardò mentre versava nel misurino e di lì nel bricco il pingue latte bianco, non il suo. Vecchie mammelle avvizzite. Ne versò un’altra misura colma e una giunta. Vecchia e segreta era entrata da un mondo mattutino, forse una messaggera. Vantava la bontà del latte, nel versarlo. Accoccolata presso una vacca paziente all’alba nel pascolo lussureggiante, strega sul suo fungo velenoso, dita grinzose alacri sui capezzoli sprizzanti. Muggivano intorno a lei che ben conoscevano, le bestie seriche di rugiada. Seta delle mucche e povera vecchietta, nomi che le si davano nei tempi andati. Una vegliarda errante, umile forma di un’immortale che serve chi la conquise e chi allegramente la tradì, loro druda comune, messaggera del segreto mattino.

Se per servire o per rampognare, lui non avrebbe saputo dirlo: ma sdegnava di sollecitarne i favori.     

– Proprio così, signora, disse Buck Mulligan, versando il latte nelle tazze.    

 -Lo assaggi, signore, disse lei.     

Egli bevve al suo invito.    

 – Se soltanto potessimo vivere di cibo buono come questo, le disse a voce piuttosto alta,  non avremmo il paese pieno di denti guasti e budella marce. Si vive in una palude infetta, si mangia cibo da pochi soldi con strade lastricate di polvere, merda di cavallo e sputi di tisici.

* In copertina dettaglio de La Madonna del Latte, Ambrogio Lorenzetti, 1320-1325

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