Il senso del dovere

GICO: gli uomini-ombra della Guardia di Finanza sequestrano droga, armi e soldi sporchi

Marco Sorrentino – Comandante del GICO GdF Roma

Capo sta’a casa, correte qua!

Da tempo erano sulle tracce di un pericoloso latitante: con le microspie ascoltavano tutto quello che succedeva, ma di lui nessuna traccia. “La sua voce non si sente, perché dici che è a casa?” “Sono mesi che li ascolto, ormai sono uno di famiglia: stasera c’è qualcosa di diverso… la moglie ha cambiato tono di voce, di solito parla velocemente, oggi è più lenta, parla quasi a scatti…” Scatta il blitz e lo arrestano.

Il dettaglio, il fiuto e il sesto senso del collaboratore “percepiscono” quello che nessun computer riuscirebbe a decifrare. Marco Sorrentino, comandante del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata di Roma della Guardia di Finanza, di aneddoti come questo ne avrebbe decine da raccontare. Forse più dei riconoscimenti che tiene impilati sullo scaffale perché le pareti dell’ufficio sono talmente piene che quasi non si vede il colore del muro.

Tenente Colonnello, 45 anni, una carriera in prima linea, quasi sempre al GICO (prima Palermo, poi Reggio Calabria, ora Roma), i reparti speciali che lottano contro mafie e terrorismo, sequestrano tonnellate di droga, confiscano patrimoni illeciti, prosciugano i conti dei delinquenti o scoprono gli affari “legali” che tentano di fare. Figlio di un ispettore della Guardia di Finanza, cresciuto tra Sicilia e Campania (“man mano che crescevo mi rendevo conto che qualcosa non andava“), le orme paterne non le avrebbe seguite, fino a quell’esame di Diritto penale “in cui mi sono reso conto che la mia vocazione era questa.

 Il GICO compie trent’anni: quanto avete “mutato pelle” per adeguarvi alle nuove minacce criminali?

«Oggi siamo molto più tecnologici e il personale viene costantemente aggiornato da un punto di vista tecnico e operativo. Si è passati da investigatori di strada a uomini ombra, che ti seguono tramite intercettazioni telefoniche, ambientali o videoriprese. Ma c’è anche un continuo rincorrersi e adattare la strategia: noi usiamo i trojan per spiare i telefoni? Le mafie smettono di usarli! Allora noi torniamo a fare gli sbirri di strada come negli anni ’70 e ’80 e li aspettiamo sul luogo di un incontro. Oggi ci sono sistemi di messaggistica istantanea, tipo WhatsApp o Telegram, per i quali servono intercettazioni telematiche, ma poi ci sono anche telefoni criptati, satellitari, comunicazioni via mail: tutto complicato. Dobbiamo lavorare sull’errore che commettono, ma soprattutto seguire i soldi: torniamo sempre al “metodo Falcone”».

Colpire il patrimonio…

«È la nostra specializzazione, colpire le mafie nella loro componente economico-imprenditoriale, un poco il mantra dei GICO. Finché sono ricche le mafie continuano a proliferare: Falcone ci aveva visto molto bene».

Si parla dei riflessi che la pandemia ha avuto sulla criminalità organizzata: che bilancio si può fare?

«Gli eventi come questo, come anche catastrofi e terremoti, costituiscono un’occasione di guadagno per le organizzazioni criminali che hanno ingente liquidità da investire. L’effetto principale è l’aumento e il passaggio da imprese pulite ad imprese “a partecipazione mafiosa”: il sistema bancario non sempre garantisce i finanziamenti necessari ed ecco che arrivano gli emissari criminali. All’inizio supportano l’attività, poi ne diventano a tutti gli effetti i proprietari. In questi momenti, aumentano anche i reati di usura: inizialmente chiedono interessi molto bassi poi esplodono, abbiamo registrato tassi del 400 per cento annuo».

Con il ritiro dall’Afghanistan c’è un maggior rischio di attentati terroristici?

«A livello geopolitico credo di sì. Da un punto di vista investigativo noi abbiamo registrato un indicatore preoccupante: l’aumento del traffico di eroina, e in quell’area geografica ci sono i maggiori produttori ed esportatori».

Voi lavorate spesso all’estero: è buona la collaborazione con altri Stati?

«Oggi ci troviamo di fronte ad una “mafia liquida”, perché le organizzazioni non operano solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. C’è meno il criterio della competenza territoriale e si assiste sempre di più alla creazione di joint venture tra le varie mafie italiane, ma anche tra quelle di altre nazionalità, con una preliminare valutazione dei rischi, condivisione degli obiettivi e divisione degli utili illeciti: insomma, un sistema di mutua assistenza criminale. Diciamo anche “mafia spa” proprio perché funzionano come un’impresa. La ‘ndrangheta, ad esempio, ha emissari in Sud America per l’acquisto delle droghe, ma ha ramificazioni in Canada, Australia e altri paesi. A livello comunitario è stato raggiunto un livello di efficienza molto elevato, grazie anche all’istituzione della Procura europea, al massiccio utilizzo dell’Ordine europeo di indagine e la possibilità di creare le SIC, Squadre investigative comuni. Con altri Paesi le cose sono più complicate, ma abbiamo buoni rapporti di cooperazione. Fatta eccezione per quelli che rientrano nella cosiddetta Black list, con i quali è molto più difficile, se non impossibile, colloquiare».

Tra le vostre specialità ci sono le azioni sotto copertura…

«Negli ultimi anni sono cambiate anche quelle: oggi manteniamo costantemente il contatto con il nostro undercover, non fosse altro per garantire la sua sicurezza, e i periodi di attività sotto copertura non sono prolungati. Attualmente non abbiamo personale inserito in un’organizzazione criminale anche perché la tecnologia se da un lato ci aiuta, dall’altro ci penalizza ed è realmente difficile uscire dai radar della rete e dei social network. Oltre a dargli una nuova identità bisogna creare un sistema che renda il soggetto assolutamente credibile».

«Antò, soprattutto non ti tagliare i capelli!» Erano i tempi in cui le donne non erano ancora entrate nei reparti militari e se serviva simulare una coppia di fidanzati per un appostamento o un pedinamento il protocollo “casalingo” prevedeva l’impiego di un paio di sottufficiali dalla lunga chioma bionda. La moglie di uno dei due faceva persino la parrucchiera, a prova di delazioni, e qualche ora prima preparava phon e bigodini per trasformare marito e collega nelle Charlie’s Angels de noàntri. L’arte di arrangiarsi nella sua espressione più geniale.

Sempre Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tale avrà fine. Nicola Gratteri, Procuratore di Catanzaro, sostiene invece che avrà una fine all’ottanta per cento perché una piccola percentuale di ‘ndranghetista c’è in ognuno di noi: qual è la sua opinione?

«Credo che prima o poi le mafie si estingueranno. Sempre a proposito del giudice Falcone, non bisogna dimenticare che proprio con la famosa sentenza del maxiprocesso per la prima volta viene infranto il mito dell’invincibilità delle mafie: un risultato epocale. In quel momento abbiamo avuto la percezione forte e reale di che cosa significa contrastare le organizzazioni criminali. Hanno disponibilità finanziaria incredibile e processi decisionali celerissimi, ma lo Stato è molto più potente. Il vero salto di qualità però dobbiamo farlo puntando sulle famiglie e sulle scuole: quando vi sarà una diffusione capillare della cultura della legalità, del senso civico e della fiducia nei confronti dello Stato le mafie saranno veramente sconfitte». 

Lei è favorevole o contrario alla legalizzazione delle droghe cosiddette leggere?

«Ho visto troppi ragazzini che hanno iniziato con lo spinello e poi sono finiti per farsi con acidi ed eroina: assolutamente contrario».

La più grande soddisfazione che le ha dato il suo mestiere?

«Glielo racconto con un episodio che mi è rimasto impresso. Anni fa in Calabria avevamo sgominato una ‘ndrina i cui appartenenti, tra i vari reati, prestavano soldi a usura. Dopo un paio di mesi la moglie e il figlio di una delle vittime si presentano in caserma chiedendo di parlare col personale che aveva eseguito l’operazione. Erano venuti a ringraziarci perché, dissero, avevamo restituito dignità a un uomo e un padre che quando era vittima di usura aveva perso tutto. Questa è forse la soddisfazione più bella che ci dà il nostro lavoro: sapere di essere al servizio delle persone».

C’è un incarico una missione che le hanno cambiato la vita?

«L’assegnazione al nucleo di Palermo più di vent’anni fa. Soprattutto, la fortuna di lavorare con colleghi di altissimo profilo che mi hanno insegnato il metodo Falcone, di cui abbiamo parlato. Ho avuto la percezione forte di quelli che sono gli strumenti che ha a disposizione la Guardia di Finanza per contrastare in maniera efficace le organizzazioni criminali».

Cos’è per lei il senso del dovere?

«Restare fedele a me stesso e ai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori. Riempire ogni giorno di contenuti il giuramento alla Repubblica che ho fatto oltre vent’anni fa: non è una formula di rito, ma qualcosa che devi sentire dentro».

Come si insegna il senso del dovere?

«Abbandonando la visione individualistica per dedicarsi al bene degli altri».

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Carlo Bocchialini
Giornalista con un breve passato da avvocato, per le riviste del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera, ha realizzato servizi e reportage in Italia e nel mondo per poi approdare a Parigi come corrispondente durante la presidenza Sarkozy. Ha collaborato anche con vari periodici e quotidiani nazionali. È stato professore a contratto di “Linguaggio del giornalismo” all’Università di Parma e si è diplomato in Terrorismo Internazionale all’Università di St. Andrews in Scozia. Appassionato di arti marziali da più di trent’anni, insegna Krav Maga, disciplina israeliana di difesa personale, di cui è cintura nera 2° dan e istruttore federale. (La foto è merito di Gio’ Rossi.)

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