Delicatessen

Cachaça: caipirinha

L’aereo era appena atterrato. Di lì a poco avrei rivisto Valeria, a Milano per la settimana della moda. La conobbi molti anni prima in una sera di gennaio. A Salvador de Bahia era estate. Rincasando, non era neanche mezzanotte, mi fermai alla Cantina da Lua; i tavolini all’aperto occupavano un ampio spazio di Largo Terreiro de Jesus al Pelourinho, il cuore pulsante della città. Doveva esserci appena stata una rissa perché due tavoli e qualche sedia erano ancora rovesciati e il ragazzo del bar stava raccogliendo cocci. Vidi allora Valeria che mi fece cenno di raggiungerla. L’avevo incrociata un paio di volte insieme ad amici comuni. Mulatta, riccioli neri, sapevo che lavorava nel campo della moda, pensavo come modella, mi spiegò che era stilista.

Mi propose una caipirinha, che ordinò specificando la marca di cachaça da utilizzare. 

La cachaça è il distillato nazional popolare brasiliano. Nasce dal succo della canna da zucchero e differisce dal rum. È più ruspante, ruvida, spigolosa e in alcune produzioni, particolarmente penetrante. Le note talvolta intense, ne fanno un distillato da bere miscelato più che puro. 

Attualmente vi sono produzioni fighette che non sono ancora rum e non sono più cachaça.

Mentre sorseggiavamo i nostri cocktail, Valeria mi parlò di Fortaleza, la sua città natale, e di quanto le piacesse Bahia, la musica, la gente. Il venerdì seguente a casa sua dopo cena l’avrebbero raggiunta alcuni amici. Mi propose di unirmi a loro, ma di arrivare un po’ prima così avremmo avuto modo di parlare un po’.
Mi accolse in cucina. Stava preparando una brocca di caipirinha. Una volta tagliati i lime a quarti, vidi che eliminava la parte centrale, ossia l’angolo dello spicchio, quindi una volta nella brocca, dopo aver aggiunto zucchero cominciò a premerli con il pestello, senza schiacciare troppo. Con questi due accorgimenti, mi confidò, si evita di estrarre le compenti amare del lime. Valeria sostituiva parte dello zucchero con miele per conferire maggiore pienezza al gusto. Poi versò la cachaça e dopo aver mescolato sino a completo scioglimento dello zucchero unì il ghiaccio: la caipirinha era pronta. 
Arrivarono gli amici e tra una brocca di caiperinha e l’altra qualcuno cantò canzoni di Bob Marley in brasiliano accompagnandole con la chitarra. Andati via gli amici, Valeria mi disse che l’indomani sarebbe andata al mare a Itapua; se l’avessi accompagnata mi avrebbe fatto conoscere una cachaça veramente speciale e indimenticabile. Considerato che eravamo nella direzione di Itapua e la mia casa si trovava dalla parte opposta, mi propose di fermarmi da lei. 

Quando ci alzammo preparò il caffè. Erano le 11, il tempo di una doccia e dopo poco eravamo sulla sua auto. Guidava veloce, e mi piaceva. 

Arrivati alla spiaggia ci dedicammo al mare e fu spassoso tuffarsi sino a riempirci di endorfine. Poi mi accompagnò a un chiosco dove cucinavano unicamente grossi granchi di fiume e lì vidi allineate indimenticabili bottiglie di cachaça che contenevano ciascuna un grosso granchio. 

Mi sembrava però che fosse ancora presto per passare alla caipirinha, ma Valeria mi rispose sorridendo che le droghe vanno assunte a digiuno. 

Mi accomodai al nostro tavolino in attesa del granchio; era apparecchiato unicamente con tavolette di legno su cui appoggiare il granchio e pestelli per rompere il carapace. Valeria parlava con la signora del chiosco, poi prese due bicchieri di caiperinha “al granchio” e venne verso il tavolo sorridendo divertita. E io la osservavo, osservavo il suo incedere elegante, il sorriso, il corpo, lo sguardo, era bella da paura.

Mentre aspettavo Valeria a Malpensa pensavo che, magari, dopo tanto tempo avrei potuto trovarla cambiata, forse ingrassata, sfiorita: pensieri oziosi e inutili per ingannare il tempo. Arrivarono i passeggeri, la riconobbi subito, mi vide, mi venne incontro sorridente, sempre più bella, ci abbracciammo e per un attimo rivissi l’ultima sera insieme a Bahia, Gilberto Gil cantava “o melhor lugar do mundo é aqui e agora”.

Al bicchiere della staffa ne segue un altro e un altro ancora

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Fabiano Guatteri
Di poche parole, scrittore e giornalista, direttore editoriale della testata Good-Mood (www.good-mood.it), collaboro con la Guida I Ristoranti d’Italia de l’Espresso. Ho insegnato Gastronomia Sperimentale presso il Dipartimento di Chimica Farmaceutica dell’Università di Pavia. C’è dell’altro, ma basta così.

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