Il Privé di Davide Bertellini

Arturo Artom

Chi sei?

Diciamo che sono considerato tra i migliori consulenti strategici per la media impresa italiana; stiamo parlando di un bacino di circa quattro/cinquemila medie imprese che hanno un fatturato tra i cento milioni e il miliardo di euro, che rappresentano l’ossatura industriale italiana. Come fossi un board-member virtuale aiuto le imprese a crescere rapidamente aiutandole a farsi finanziare nel migliore dei modi; è un lavoro divertentissimo perché mi permette di intercettare i pilastri della cultura italiana, ovvero il made in Italy, in tutte le sue sfaccettature. Ma ho anche, come sai, una seconda faccia, che è molto collegata alla prima ed è quella del Cenacolo Artom: un progetto iniziato per gioco ma diventato adesso il più significativo cenacolo culturale italiano. La sua chiave? La fusione, il dialogo tra impresa e cultura e tra arte e imprenditoria.

Qual è la tua più grande passione?

Allora, da ragazzo avevo grande passione per le automobili e per altre cose pratiche. Negli ultimi anni, invece, devo dire che la mia grande passione è diventata essere circondato dall’arte e dalla cultura, che adoro in maniera quasi fisica. Adoro essere al centro di queste chiacchierate, di queste relazioni tra artisti e imprenditoria, e lasciar fluire l’energia tra i vari poli. In questo contesto, sono diventato molto attivo nel mondo dell’arte contemporanea: non sarò mai un grande collezionista perché per me possedere le cose fisiche è un nonsense, non mi dà nessun piacere… sono però un collezionista di persone, questo sì. Colleziono “persone” che sono forse la migliore opera d’arte creata da Nostro Signore. 

E la tua più grande paura?

Bella domanda. Visto che vent’anni fa mi capitò di scivolare malamente, in una stanza d’albergo, in piena notte e di pensare, due secondi prima di cadere su un tavolino di marmo, “ecco è finita”; da quella volta controllo sempre di non avere ostacoli di fianco al letto in moda da potermi salvare qualora dovessi scivolare di nuovo, in piena notte. Nulla di filosofico, forse qui abita l’ingegnere che è in me. 

Il tuo colore preferito?

Verde assolutamente verde. Ho un legame intimo con questo colore che, secondo me, è benaugurante e cela qualcosa di mistico, se penso al verde accadono cose belle; ma c’è una spiegazione: essendo io un milanese d’adozione e quindi sostanzialmente un milanese vero, sono nato a Torino e nella mia città natale, che è una città esoterica, c’era questo personaggio mistico, Gustavo Rol, che era anche un ottimo amico di mio nonno, avvocato torinese di nome Gastone Artom. Ecco mio nonno mi raccontava quando ancora io ero bambino di alcuni fenomeni incredibili, successi anche a casa sua. Ebbene ho scoperto recentemente che anche Rol articolò parte del suo misticismo attorno al colore verde e anche per me, inspiegabilmente, il verde è un colore potente.  

In che epoca viviamo?

Per spiegartelo mi ricollego all’arte, visto che abbiamo parlato d’arte finora. Noi ci siamo arrogati da anni il potere di chiamarla prima arte moderna e poi arte contemporanea, e difatti la provocazione dell’arte contemporanea è di chiedersi cosa ci sarà dopo l’arte contemporanea: cosa ci inventiamo dopo il contemporaneo? Siamo la prima generazione che ha imposto questa scansione, ma difatti è sempre stata, nell’epoca in cui è stata realizzata, sia moderna che contemporanea, l’arte. Così, noi uomini contemporanei abbiamo l’arroganza di pensare che il mondo inizi e finisca con noi senza considerare che, invece, noi siamo solo una generazione di passaggio, come tutte, comprese quelle che arriveranno tra cinquanta e cento anni e che guarderanno al nostro come a un mondo in bianco e nero simile a quello che noi vediamo nei film del passato. Siamo quindi in un periodo storico di grande presunzione; siamo appena passati, per quanto riguarda il digitale e per fare un esempio da un mondo che mi appartiene, quello dell’automotive, “dal vapore alla manovella”, eppure ci sentiamo padroni del mondo. 

Cosa c’è dentro al bicchiere?

Quasi sempre un ottimo Nebbiolo d’Alba. Da Cavaliere del Tartufo e dei Vini di Alba quale sono non potrebbe essere altrimenti. Anche adesso, in questa quarantena, non mi faccio mai mancare delle belle bottiglie di Nebbiolo. 

L’ultimo pasto prima del patibolo?

Ah be’ che domanda. Devo dire, pollo arrosto. Pollo arrosto e patatine. 

Fumatore? Se si, cosa?

No no, solo qualche bel sigaro toscano, ogni tanto. 

Il libro sul comodino? 

Allora, più che il libro… io sai, sono un tira-tardi; sono un discreto appassionato di storia: a mio nonno piaceva molto e io sono uno storico dilettante e per cui mi vado a vedere, ogni tanto, le origini di qualche fenomeno che ha determinato la storia dell’uomo. Adesso per dire sono in fissa con le origini del Cristianesimo, e quindi sto studiando alcuni testi che mi aiutano ad approfondire, a livello storico, la figura di Gesù, dei suoi apostoli e dei Vangeli. In particolare, ho scoperto qualcosa di molto interessante in merito al primo Sinodo, chiamato Concilio di Gerusalemme, che si tenne attorno all’anno 50 d.C. e che fu vinto da San Paolo. Ebbene in questa occasione si determinò sostanzialmente la scissione che cambiò il mondo intero: quella di una cristianità non circoncisa. Per i primi vent’anni il Cristianesimo fu, com’è noto, una setta dell’Ebraismo il quale, come sappiamo, prevedeva la circoncisione. Quando si stabilì questa prima differenza nacque il Cristianesimo e fu con San Paolo che, vincendo il sinodo di pochissimi voti, aprì la fede anche ai non circoncisi. Fu questo passaggio a permettere la nascita del Cristianesimo come lo conosciamo oggi, e che altrimenti sarebbe rimasta una setta e, come tale, sarebbe scomparsa nel giro di pochi anni. Questo per dire che mi piace andare molto a fondo con le fonti, per cui non c’è un libro, ma decine di fonti diverse che mi permettano di istituire, tramite il senso critico, una chiave di lettura credibile della realtà. A questo proposito devo però anche riconoscere che, oggi, c’è un dibattito aperto circa la stessa storicità della figura di San Paolo. Per cui è ancora tutto da dimostrare. 

Cosa accadrà “domani”?

Non si può rispondere a questa domanda in questo momento storico senza ammettere che nei confronti di “domani” c’è la speranza che finiscano presto questi “quaranta giorni”. Penso soprattutto alla città di Milano, per cui questo periodo può essere assimilabile a una terza guerra mondiale. Non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale: l’essere umano è un animale sociale e, quindi, spero che possa riprendere la vita, assaporandola ancora di più, coerentemente con questa sua indole. Certo c’è anche la paura: la paura che “l’operazione è andata bene, ma il paziente è morto“. Nel 2008/2009 il prodotto interno lordo calò del 5% determinando i danni al tessuto economico e sociale che tutti conosciamo. Oggi parliamo del doppio, quindi sicuramente ci aspetterà qualcosa di grande da affrontare, tante macerie, speriamo solo che ciò costituirà una sfida per una bella ricostruzione, anche in termini di pensiero: per questo “domani” ci saranno ancora tanti altri Cenacoli di Arturo Artom

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Davide Bertellini
Folgorato fin dai primi anni dell'adolescenza da un'inarrestabile e sempre crescente "passione gourmet" a 21 anni aveva già fatto due volte il giro del mondo. Oggi, imprenditore nel campo della moda e del lifestyle, ha sostituito alla palestra il ristorante e, in qualità di jetsetter, frequenta i più importanti party e charity events nel mondo. Poliglotta, con la scusa di girare il mondo per il suo lavoro nel campo della moda frequenta i più bei ristoranti alla ricerca di quello migliore, che purtroppo non ha ancora trovato. Founding member Gustavia Yacht Club di St. Barth, è anche top reviewer italiano della guida americana Opinionated About Dining, scrive su Identità Golose per Paolo Marchi e su Passione Gourmet, al quale è affiliato a capo della direzione marketing. Sogno nel cassetto? Un tour mondiale dei ristoranti “3 stelle” della Guida Michelin con fotografo, ghostwriter e jet privato.

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