Les Cartes de Vin

7 architetti del vino

Dalla crasi tra ἀρχι (árche) e τέκτων (técton), la parola “architetto” significa, in greco, ”primo artefice”: una mistica che, associata al mondo del vino, genera meraviglie.

Fiorenzo Valbonesi

Per Antinori Fiorenzo Valbonesi sta oggi completando la Cantina del Bruciato (in foto) di Guado al Tasso.

Un luogo eminentemente di produzione, non aperto al pubblico, che si estende per 6.000 mq di superficie sviluppati accanto e assieme a una struttura preesistente, di cui rappresenta l’estensione e la ricollocazione strategica. La struttura, a pianta rettangolare, è parzialmente interrata: una scelta parimenti etica oltre che estetica, perché funzionale ai processi di vinificazione e conservazione in ambienti energeticamente efficienti. Su questo principio di efficienza si sviluppa tutta la struttura, capace di modulare anche le proprie altezze assecondando la destinazione d’uso dei differenti locali, da cui deriva la successione degli elementi modulari in lamiere microforate di zinco titanio che circondano e proteggono il volume interno e sulle cui pareti, caratterizzate da pacchetti ad alta inerzia termica, si alternano parti aperte, la cui trasparenza è data da infissi in policarbonato, e parti chiuse, artefici di uno schermo che crea ombra, circolazione dell’aria e dispersione del calore in ottica di un raffreddamento passivo.

La maggioranza dei metri quadrati è occupata dall’area di fermentazione, dove le alte vasche hanno richiesto maggiori altezze: strategica, in questo senso, la copertura a shed, capace di far filtrare solo la luce necessaria.

La cantina del bruciato: 8213 M², qui

Werner Tscholl

L’architetto venostano Werner Tscholl è celebre per la fecondità con cui le sue opere s’innestano nel paesaggio, dove attraverso la ramificazione del nuovo sul preesistente germogliano nuovi regimi di senso.

Partendo da considerazioni sia ambientali che fisiche, il progetto per la Cantina Tramin prede vita dalla vite, nella morfologia del suo apparato fogliare. Lo stesso reticolo che percorre la struttura simula le vie linfatiche della foglia, involucro all’edificio che la ospita. Caso particolarissimo di fusione tra scultura e architettura, il suo messaggio è quello di segnalare la presenza e la missione della cantina e, per farlo, si serve di materiali eterogenei come il metallo, il cemento e il vetro. 

Trattandosi, diversamente dalla prima, di una cantina aperta al pubblico, essenziale nel progetto la separazione tra le attività produttive e quelle, ludico-ricreative, legate al flusso dei visitatori: due dimensioni, queste, che non s’incontrano mai, nemmeno visivamente.

cantina tramin: 19.270 M3, qui

Markus Scherer

Già fautore della Cantina Hofstätter di Termeno, Markus Scherer è un architetto viennese naturalizzato altoatesino celebre per il profondo rapporto instaurato col paesaggio, che valorizza servendosi, non di rado, di elementi in analogia e altri in contrapposizione.

Come fa in quel di Nalles, ai piedi della collina Sirmian, tra i vigneti e i frutteti della cantina Nals-Margreid, in un paesaggio dominato dal color rosso bruno del porfido della roccia, elemento con cui l’architetto istituisce un dialogo cromatico mediante il colore scelto per cemento isolante, pigmentato di un non casuale marrone rossiccio.
In questo contesto paesaggistico la cantina, sviluppatasi negli anni per giustapposizione degli spazi di produzione, viene razionalizzata. Come? Attraverso l’ampliamento degli spazi preesistenti e l’istituzione di nuovi, sviluppati secondo l’imperativo ipogeo ma collegati agli altri mediante una torre per lo scarico e le prime fasi di vinificazione, tra cui la pressatura.
Nals Magreid: 5043.55m², qui

Marco Casamonti (studio Archea)

A metà strada tra Firenze e Siena, un taglio sinuoso, sagittale, gentile, sulla collina. Una collina che ospita, come una tasca, una cantina o, meglio, la cantina per antonomasia. Come tale, l’elemento geo-morfologico ospite è privilegiato sull’ospitato, che sposa un’estetica industrial solo nella forma, per celebrare nient’altro se non la natura antropica del paesaggio: il suo essere figlio del lavoro, e dell’industriosità, umana.

Da cui il radicamento nella terra, sotto terra, come l’apparato radicale della vite anche la struttura, confusa e dissimulata dalla copertura, il cui tetto è fatto anch’esso di terra e di filari.

Un progetto architettonico che assimila il paesaggio agreste circostante e il cui cuore è rappresentato dalla barriccaia che coglie, con la sua oscurità ipogea, il silenzio e l’inamovibile sequenza delle volte in terracotta, come a rappresentare la dimensione uterina e gestazionale di Madre Terra.
La distribuzione altimetrica segue il percorso produttivo discendente (per gravità) delle uve, mentre gli uffici e le parti amministrative e direzionali, ubicate al piano superiore, sono scandite da una successione di corti interne che prendono luce attraverso fori circolari disposti sul tetto-vigneto.
Cantina di Bargino, Antinori: qui

Bergmeisterwolf 

Dall’incontro di Gerd Bergmeister e Michaela Wolf, da cui il nome proprio Bergmaisterwolf, lo studio con sede a Bressanone e Rosenheim cerca soluzioni originali, oltre che funzionali, alla necessità di far dialogare tra loro ergonomia e filosofia.

Una convivenza necessaria per la cantina Pacherof, per cui l’esigenza fu quella di coniugare la storica struttura, del 1450, con la nuova, a forma trapezoidale. Molta rilevanza è stata data ai materiali, in un’alternanza tra la grana ruvida delle pareti e l’acciaio inossidabile dei serbatoi.
Sulle pareti del lotto esterno, la cui forma s’inserisce nel panorama disegnato dalle vette, sullo sfondo, una scacchiera di pannelli in bronzo a rivestire un monolite inamovibile, che rappresenta la continuità del tempo e la sua alterità rispetto alle cose del mondo.
Pacherhof, 590 m², qui

Alvisi Kirimoto

Una sinergia tra committenze – Giovanni Bulgari – e progettisti – Massimo Alvisi – è alla base di questa sequenza di quattro setti paralleli di cemento color argilla, fendenti il terreno secondo una giacitura che segue la pendenza della collina. L’opera, realizzata ex-novo, obbedisce a imperativi di tipo strettamente ambientale ed estetico, secondo un principio di purezza funzionale.

Purezza intesa come trasparenza: pertanto tutto è a vista, dai grandi setti murari alle attrezzature e fino agli impianti meccanici, l’idea è quella di introiettare questi elementi nel paesaggio, di cui rappresentano un ulteriore elemento estetico, e viceversa.

Un principio olistico di dentro e fuori, dal momento che da ogni angolo della struttura è possibile vedere le colline di San Casciano, mentre dalla sala di degustazione si possono seguire tutte le fasi della produzione.
cantina bulgari a podernuovo, qui

Bricolo+Falsarella

Architetti veneti, Filippo Bricolo e Francesca Falsarella impegnano il loro presente attualizzando il patrimonio di materiali e maestranze locali. Nel 2005 hanno incominciato un importante intervento di ristrutturazione della cantina Gorgo – che ha per imperativo l’eloquenza stilistica – mediante uno stile rigoroso, funzionale, arioso e luminoso.

Nello specifico, una rivisitazione di antichissime soluzioni murarie fatte di marmi veronesi: 118 blocchi di pietra – montati in 10 giorni – i cui basamenti, i cornicioni e le spalle, come da tradizione locale, sono in Nembro Veronese, mentre i blocchi per le murature sono estratte dalle vicine cave in pietra di Vicenza.


L’idea di fondo, riattualizzare una tecnologia antica e tipica, punto di congiunzione tra la storia romana e quella contemporanea.
cantina gorgo, qui
* In copertina, Rocca di Frassinello, interno giorno: Alvisi Kirimoto e Renzo Piano.

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