Mille et un flacons

A Naso

Di tutti i cinque sensi specifici, l’olfatto è il meno conosciuto nonostante da sempre medici e filosofi si siano appassionati al tema tentando di scoprirne i misteri e le dinamiche. 

Aristotele, nel IV secolo a.C. e poi Lucrezio, furono i primi a descrivere i meccanismi di questo senso che appariva loro dapprima poco sviluppato. Il Medioevo ignorò deliberatamente questo organo di senso associandolo ad oscuri desideri e peccaminose voluttà; solo durante il Rinascimento Michel de Montaigne ne farà il suo elogio elencandone gli effetti benefici sullo spirito. Egli dedica  un intero saggio a questo senso primordiale eppur prezioso, intitolato “Degli odori”, in cui precisa: “mi piace molto sentire i buoni odori e odio straordinariamente i cattivi, che sento da lontano più di ogni altro.” 

È lui stesso a definire il suo naso “straordinario” per la sua non comune sensibilità, una sensibilità che non distingue tra anima e corpo perché, come Montaigne afferma, la persona umana è un’unità in cui convivono armoniosamente i piaceri sensuali e quelli spirituali. 

Affidarsi al proprio naso è, dunque, per Montaigne il modo più preciso per cercare di afferrare l’essenza di una persona, così come la qualità di un cibo o di una bevanda.

L’odore rivela molto più di quel che l’occhio può vedere, in ogni situazione.

Solo durante  il 1800 gli intellettuali se ne appassionarono per analizzarne espressioni e sensazioni. Numerose opere sono infatti consacrate all’olfatto considerato come uno dei sensi più appassionanti, sebbene capriccioso ed eccentrico. Successivamente, nel 1940 furono realizzati molteplici esperimenti nel campo dell’elettrofisiologia, accompagnati dallo studio degli effetti degli impulsi elettrici dell’odore sul cervello. Bisognerà però attendere gli anni 80, grazie alla ricerca nel campo della biologia molecolare, affinché questo misterioso senso venga più profondamente decodificato. 

Un freno considerevole per l’analisi dettagliata dell’olfatto è che “gli odori non hanno nomi nel nostro cervello, non abbiamo che il nostro vissuto, i ricordi sensoriali e gli affetti che vi si attaccano e li connotano”, così come ci spiega il professore Colin Munro MacLeod, direttore del laboratorio «Hauts Études» di Neurobiologia sensoriale a Parigi.

Quindi, quando noi ad esempio guardiamo e osserviamo un quadro le parole come colore, nuances e texture ci vengono evocate spontaneamente, invece quando annusiamo un profumo sono i ricordi e le impressioni legate a questi  che si impongono. 

L’odore è sempre l’odore “di” qualche cosa.

Per comprendere un po’ meglio questo fenomeno è necessario ritornare alle origini della specie umana. L’olfatto ha sempre giocato un ruolo decisivo nella sopravvivenza dell’individuo. 

La ricerca e la selezione del cibo, il senso del pericolo, il riconoscere l’altro, l’attrazione amorosa sono completamente condizionati da questo senso. L’olfatto diventa segnale, mette in allerta, indirizza, allontana o rassicura. Lo sviluppo della civiltà ha comportato “una severa svalutazione delle percezioni olfattive“ secondo  Sigmund Freud che precisa che la percezione visiva «bypassa» l’olfatto durante i nostri primi passi nella conoscenza del mondo. 

Eppure, sebbene meno sollecitato di prima, l’olfatto non perde affatto la sua acuità; è messo solamente in attesa. 

Per il neonato l’odorato è uno dei primi mezzi di comunicazione con il mondo esterno, tant’è vero che il solo profumo della madre ne sottolinea la vicinanza procurandogli benessere e quiete. All’incirca dai tre ai sei anni, il bambino va a immagazzinare numerose impressioni olfattive.

Molteplici studi hanno confermato che durante la prima infanzia non esistono “cattivi odori“. 

È l’ambiente culturale e sociale che imprime i suoi gusti e condiziona le future scelte. Le abitudini alimentari, l’igiene, le condizioni geografiche e climatiche eccezionali, come ad esempio un grande caldo, una forte umidità o un’altitudine elevata creano differenze fondamentali in quelle che saranno poi le preferenze olfattive dei vari individui. Quindi, per concludere con il succitato Professore MacLeod,

 “Ciascun individuo ha un codice genetico che gli è proprio, ognuno di noi percepisce gli odori in un modo unico come uniche sono le nostre impronte digitali”. 

Colin Munro MacLeod, direttore del laboratorio «Hauts Études» di Neurobiologia sensoriale a Parigi

È una questione di principio: il meglio non è per tutti

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Alessandra Vittoria Pegrassi
Andrea G. Pinketts (noto scrittore noir Milanese mio amico di cuore, mio braccio destro e alle volte pure sinistro) aveva già inquadrato ed incoraggiato il mio senso del gusto, o meglio del buon gusto, quando quindicenne andavo a comprarmi da un droghiere del quadrilatero, facendomi fuori la paghetta mensile, aulentissimi bonbons alla violetta, meringhette all’anice e collutori ai petali di rosa. Questa precoce ma solida ricerca del buono anche sinesteticamente parlando mi ha poi condotta a Parigi ove un profumiere stregone mi ha insegnato pian pianino e svelato poi i prodigi della composizione dei bouquet e delle sue note...

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