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Killers of the Flower Moon

Il prosieguo dell’eredità di Scorsese

Sembra una sorta di seconda parte di The Irishman questo Killers of the Flower Moon.

Del film del 2019 riprende più di un elemento: l’aspetto da film non scorsesiano (ovvero tecnicamente non iperrealista e non concitato nel montaggio); la presenza costante e strisciante della morte nei rapporti dei personaggi; l’abuso di potere (in questo caso economico) nella definizione degli equilibri di una comunità e dunque in una nazione intera; la durata fluviale per creare una ritmo compassato ma non lento che renda più penetranti i sensi di sconfitta e perdizione dei personaggi.
Sono elementi che distanziano le ultime produzioni del grande regista americano dagli stilemi che ne hanno definito identità e riconoscibilità ma che, in realtà, servono a camuffare una visione oltremodo aderente agli elementi che hanno creato questo stesso stile.
Eppure la violenza che ha connaturato buona parte delle relazioni dei personaggi dell’universo di Scorsese, e che di rimando ne hanno costituito l’universo di movimento, è deflagrante nella stessa identica misura, solo in modo diverso.
Perché KOTFM evidenzia una bassezza morale e una grettezza comportale a tratti insostenibili. Tanto i mafiosi di Quei Bravi Ragazzi regolavano i loro conti a colpi di pistola, quanto gli arrivisti che vogliono sfruttare gli Osage e i loro giacimenti di petrolio ingaggiano sicari improvvisati per liberarsi dei problemi che li allontanano dai soldi dei nativi.
È un affresco epico ma a tinte fosche quello che ci viene mostrato: la legge non esiste e quando si muove (con sollecitazione a Washington) è solo per scoprire una realtà marcia già in essere, non per evitare che la stessa si sostanzi; gli istinti basilari degli interpreti sono tutto ciò che gli stessi sanno usare e hanno da offrire.
Petrolio, denaro e alcol: il mondo di KOTFM è organizzato attorno a questi elementi. I personaggi o ne sono vittime o li controllano per prevaricare gli altri, divenendone vittime di rimando. Non ci sono introspezioni, solo azioni. A eccezione di Mollie.
DiCaprio è ottimo nell’interpretare un inetto arrivista la cui unica dote è la bellezza (davvero notevole il lavoro sulla parlata del suo personaggio; consiglio la visione in versione originale); De Niro è mefistofelico e tagliente con un’occhiata; ma la rivelazione vera è Lily Gladstone.
Divisa tra accondiscendenza e scaltrezza, la Gladstone recita con lo sguardo, suggerendo e non esplicitando la propria superiorità mentale e morale. Non una parola fuori posto, non un’emozione eccessiva; nulla che faccia comprendere agli altri che lei, Mollie, ha capito perfettamente il funzionamento del mondo che la circonda e che vi si inserisce accettandone le regole ma non sottomettendosene. Perché alla fine, con estrema semplicità, le basta chiedere a DiCaprio di dire la verità una volta, l’ultima volta possibile per mettere la parola fine alla parabola discendente in cui il marito è precipitato, sentendo per l’ennesima volta una bugia, per definirsi, andandosene.

Il silenzio al posto dello sbraitamento.

Dunque il quadro non si ammanta di assoluto nichilismo ma sottolinea senza nemmeno troppe sfumature che l’evoluzione di parte degli USA, a livello economico e culturale, è stata corrotta da una malattia morale espressa nelle malattie fisiche e nei comportamenti deviati degli abitanti di questo stesso mondo.
Così il finale, con Scorsese stesso a mettere a conoscenza lo spettatore delle sorti dei personaggi, su un palcoscenico che mette in scena la messa in scena appena guardata, suggerisce una volontà testamentaria ideale e personale che si concretizza nello strumento principe del regista americano: il cinema.

...segui Gianpietro.

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Gianpietro Miolato
Formazione letteraria, passione per buon cinema e buona cucina di cui scrive su riviste del settore e su PassioneGourmet, ha trovato nella settima arte la scuola di vita che la vita stessa non gli aveva fornito. Un legame sanguigno, con alti e bassi, spesso cinico, mai enfatico. In una parola: onesto.

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