Vertigini

il Picchi

Il nostro ricordo di Fabio Picchi

Firenze era la sua città e anche la sua città ideale. Quella dove risiede ancora, e vivissima, una certa idea di civiltà: una culla per la civiltà. Città che Fabio Picchi non finiva mai di omaggiare anche nel suo hinterland che, sosteneva, era nobilitato – e non gentrificato – dalla qualità umana dei suoi abitanti.
Toscanità fierissima e compiaciutissima, la sua, ma non per questo simpatica a tutti i costi o magari solo “di rendita” come sanno i tristi comici fiorentini che quell’accento lo esasperano fino alla caricatura. No, lui ridendo sosteneva cose serissime, come il valore politico del cibo che è, infatti, agricoltura, ovvero coltura e cultura del pianeta. Politica dunque, ma anche poesia e dunque di nuovo polemica, la sua filosofia, come un Trilussa in salsa fiorentina e non è un caso che, come cuoco, seppe rendere nobili piatti considerati, proverbialmente, poverissimi.
Più affabulatore che oratore, sosteneva che la masticazione fosse il contrario della mistificazione, ovvero il primo tra gli atti di coscienza. E lui parlando, infatti, sembrava nutrirsi del suono stesso di quelle parole che quasi masticava e che, pronunciando, gliene ispiravano altre, come in una performance di improvvisazione poetica retro-rap.
Ce ne si accorge in questo video in cui, col climax in crescendo, cantò le lodi dello strutto in frittura al pari di una elegia, che del resto il soffritto era la sua materia, il primo passo, e primordiale, di ogni piatto e di una cucina concepita ancora come  figlia della  legna da ardere, e dunque di cotture placide e prolungate.
Coltissimo e popolare al contempo, già solo la lingua che parlava era ricca di sapore, di sale, come i suoi piatti e quel TEATRO, sì, ma della vita, che aveva creato assieme alla moglie,  Maria Cassi: “un luogo di socialità, riposo riflessivo e divertimento”.
Oggi, il suo monumento. 

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