Il senso del dovere

Le comandanti del mare

Capitano di Corvetta Elisa Ricci

«Le scale che salgo tutte le mattine per arrivare nel mio ufficio sono quelle che usavo per venire a lezione nel lontano 2002. Ma sono anche le stesse che hanno calcato generazioni di ufficiali che si sono susseguite in questo prestigioso Istituto sin dal 1881, anno della sua fondazione».
Poeti, artisti e navigatori (oltre che santi, eroi e qualche altro pregio, secondo la famosa frase riportata sul Palazzo della Civiltà a Roma) in questo caso non è il solito luogo comune, perché in fatto di marinai l’Italia ha poco da invidiare in giro per il mondo.
Solo il VESPUCCI è insieme poesia e opera d’arte e ogni allievo ufficiale ha il privilegio di misurarsi con le sue vele, cime e ottoni per circa tre mesi durante la tradizionale campagna di istruzione.
Senza scomodare i secoli e le Repubbliche marinare, la nostra Forza Armata fa scuola da decenni: dai progettisti di navi alla subacquea siamo stati pionieri e innovatori.
Bel patrimonio da custodire per Elisa Ricci, spezzina, classe 1983, Capitano di Corvetta della Marina Militare, uno degli ufficiali docenti della prestigiosa ISTITUZIONE LIVORNESE, dove solo un gruppo selezionato torna a insegnare ai futuri leader della Marina.
Una passione, quella per il mare, nata al liceo che l’ha portata a un brevetto di Idrografo di classe A, diversi imbarchi con vari incarichi fino al comando del cacciamine Vieste. 

Cominciamo dalla sua specializzazione, che pochi conoscono. Le carte nautiche sono fondamentali per la navigazione in mare, una volta si calava un peso con una corda numerata per misurare le profondità: oggi che tecnologia usate?

«Certo, sono indispensabili per chiunque decida di mettersi in mare con una imbarcazione. L’Istituto Idrografico della Marina Militare è l’organo cartografico dello Stato designato alla produzione della documentazione nautica ufficiale nazionale. Per svolgere questo compito abbiamo a disposizione navi idro-oceanografiche equipaggiate con sofisticatissime tecnologie, tra cui piccoli robot teleguidati in grado di visualizzare eventuali ostacoli sul fondo del mare, o sistemi laser ad alta precisione che possono fornire informazioni a corredo della mappatura vera e propria. Nei fondali marini si trova una quantità immensa di informazioni che riguardano la nostra storia geologica e l’evoluzione delle terre emerse».

Per capire di cosa stiamo parlando l’Istituto Idrografico, che ha sede a Genova a Forte San Giorgio, si occupa di 7.800 chilometri di coste per un totale di 550 mila chilometri quadrati di aree marine. Il vostro settore è l’Italia o potete spingervi in acque straniere?

«Il compito istituzionale dell’Istituto è aggiornare il portafoglio cartografico nazionale però nulla toglie che in caso di operazioni internazionali possa essere richiesto il nostro contributo. Abbiamo anche progetti in Antartide nella zona di competenza italiana».

Come funziona: ogni paese stampa le sue carte e poi le mette a disposizione degli altri?

«Di massima ogni ente cartografico ha la sua area di responsabilità e gestisce la produzione e la distribuzione dei propri prodotti, in un più ampio contesto internazionale di cooperazione e scambio. Ci sono tuttavia alcune realtà, come ad esempio l’Ammiragliato inglese che, in forza di accordi con gli altri Enti produttori, sono in grado di rendere disponibile ai naviganti l’intero, o quasi, portafoglio cartografico mondiale.»

Domanda maligna: può succedere che un paese alteri le sue mappe con scopi strategici?

«I dati devono essere certificati e validati e servono per la sicurezza della navigazione. Un po’ come quando si costruisce una casa: c’è bisogno di un ingegnere che si occupa dei lavori e di un altro che verifica quanto fatto dal primo…»

Torniamo in Accademia: quanti sono all’incirca gli allievi che terminano il di corso?

«Il percorso di selezione è molto efficace e fa sì che la percentuale di chi completa l’iter sia altissima. L’Accademia mette a disposizione tutti gli ausili necessari per far raggiungere l’obiettivo».

Da dove vengono gli allievi stranieri che frequentano i corsi?

«Vari Paesi: Arabia Saudita, Qatar, Perù, Ucraina, Mauritania, Tunisia, Camerun, Etiopia, Algeria, Senegal, Grecia, Libia, Montenegro, Repubblica Dominicana e Stati Uniti. Grazie ad accordi bilaterali anche gli allievi ufficiali italiani hanno la possibilità di vivere esperienze formative molto interessanti presso le altre accademie o a bordo di unità navali di marine estere».

Potrebbe sembrare bizzarro: come mai in un’Accademia navale si insegna equitazione?

«Non lo è se la si guarda dal punto di vista della formazione e della tradizione militare. Il cavaliere deve saper usare la sua autorevolezza per convincere l’animale a eseguire il gesto. Oltre a ciò l’equitazione, come altri sport, mette in risalto doti come tenacia, determinazione, sensibilità. È un’attività che forma il carattere e le capacità decisionali, qualità proprie dell’ufficiale di Marina e necessarie per diventare un leader che un giorno sarà in grado di gestire uomini e mezzi».

Tra compagni di corso vi chiamate “fra”, diminutivo di fratello: lavorare e soffrire insieme che legame crea tra le persone?

«Non è facile, è come spiegare a un figlio unico che cosa significa avere un fratello e una sorella. Da quando si entra in Accademia si vive veramente a stretto contatto ogni momento della giornata e si impara a sostenersi a vicenda per superare le difficoltà. Sono legami così forti che anche incontrandosi a distanza di anni si ha la sensazione di essersi visti il giorno prima».

La più grande soddisfazione che le ha dato il suo mestiere?

«Può sembrare banale come risposta, ma è stato alla fine dell’anno di comando: il mio equipaggio era tutto schierato per salutarmi e il nostromo ha fischiato il “due alla banda”».

Tradotto per i profani…?

«È un segno di forte stima nei confronti di un ufficiale».

Un incarico o una missione che le hanno cambiato la vita?

«Il primo imbarco come ufficiale di rotta a bordo di nave Magnaghi, la nostra idrografica più importante. Ricordo ancora un dettaglio, una di quelle emozioni che solo il mare regala: dopo settimane in navigazione, arrivati in prossimità delle isole Pelagie, ho sentito di essere vicino alla costa perché mi è arrivato forte il profumo della macchia mediterranea. E riuscivo a distinguere i profumi di Lampedusa diversi da quelli di Linosa. Anzi (sorride), forse è un po’ troppo tempo che sono lontana dalle navi…».

Cos’è per lei il senso del dovere?

«È difficile spiegarlo a parole anche perché secondo me ognuno lo interiorizza in modo unico. Per me è svolgere quotidianamente ciò che sono chiamata a fare al meglio delle mie possibilità, senza risparmiarmi. E non perché sono “costretta” ma perché è la cosa giusta da fare. È un valore molto forte che chiaramente viene coltivato in Accademia».

Come si insegna il senso del dovere?

«Con l’esempio. E in particolari condizioni può essere un sacrificio: fare un’esercitazione di sicurezza in mare aperto quando si è tutti stanchi dopo una lunga giornata di lavoro è faticoso, ma io devo essere la prima a mettere la tuta antincendio e gli autorespiratori».

Il suo principale difetto?

«Forse cercare di essere il più perfezionista possibile».

Può essere un pregio…

«A volte passo da rompiscatole».

Cosa la fa arrabbiare?

«Il pressapochismo, che infatti è strettamente connesso con quanto ho appena detto».

Lei è anche una mamma: differenze nel suo mestiere tra uomo e donna?

«Non credo vi siano delle differenze, quando si ha la gioia di avere dei figli entrambi i genitori hanno un carico di responsabilità enorme. Al giorno d’oggi le leggi a tutela della genitorialità forniscono certamente un aiuto.».

Provi a spiegare a una ragazza, che magari sta pensando all’Accademia, se si troverà in un mondo maschilista…

«Per nulla, le donne sono in Marina da più di venti anni. Sono una realtà consolidata e apprezzata nella Forza Armata. Ormai ci sono colleghe che rivestono gradi elevati ed svolgono incarichi di prestigio».

Qualche rimpianto nonostante la sua giovane età, cose che non le sono riuscite o vorrebbe cambiare?

«Veramente no… grazie a questo mestiere, ma preferisco definirlo “missione”, ho fatto quello che prima non avevo nemmeno sognato. Ovviamente ho lavorato, ma ho conosciuto luoghi che altrimenti non avrei visto: arrivare alle Seychelles sul Vespucci è un’emozione impagabile. Per ogni imbarco si instaurano legami fortissimi con i membri dell’equipaggio, diventa una seconda famiglia».

Il Vespucci nel mare delle Seychelles sembra un sogno ma, nella realtà, vi è permesso anche fare il bagno?

«Certo, tra un turno e l’altro quando si arriva in un porto, ci sono dei momenti liberi durante i quali si può scendere a terra e visitare i luoghi.».

Ovviamente… scordatevi le infradito con la camicia hawaiana.

«Le infradito a bordo sono vietate per una questione di sicurezza, per la camicia hawaiana de gustibus…(sorride) ».

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Carlo Bocchialini
Giornalista con un breve passato da avvocato, per le riviste del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera, ha realizzato servizi e reportage in Italia e nel mondo per poi approdare a Parigi come corrispondente durante la presidenza Sarkozy. Ha collaborato anche con vari periodici e quotidiani nazionali. È stato professore a contratto di “Linguaggio del giornalismo” all’Università di Parma e si è diplomato in Terrorismo Internazionale all’Università di St. Andrews in Scozia. Appassionato di arti marziali da più di trent’anni, insegna Krav Maga, disciplina israeliana di difesa personale, di cui è cintura nera 2° dan e istruttore federale. Studiando la materia ha creato il metodo “Metis Krav Maga”, che coniuga difesa “fisica” con prevenzione, strategia e gestione dello scontro. Sulla materia ha pubblicato “Imita la tigre – Manuale di difesa personale per uomini che vogliono difendere le donne (e per donne che intendono farlo da sole)”, in vendita su Amazon. (La foto è merito di Gio’ Rossi.)

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