Il senso del dovere

Generale Rodolfo Sganga

Generale Rodolfo Sganga, Comandante Accademia di Modena

«Farsi il letto la mattina. In un bellissimo discorso agli studenti dell’Università del Texas l’Ammiraglio William H. McRaven, dei Navy Seals americani, dice che per cambiare il mondo bisogna cominciare dalle piccole cose. Esattamente quello che accade in Accademia: all’inizio agli allievi si chiede solo di eseguire gli ordini, poi progressivamente viene data loro più responsabilità e libertà di azione. Prima si impara ad obbedire, poi ad essere leader di sé stessi e infine di altri.»

Il senso del dovere per il Generale Rodolfo Sganga si insegna partendo dalle cose semplici: «Fare ciò che si deve fare: sembra banale, in realtà afferisce a un telaio di valori etico morali che ci dicono “cosa” devo fare e “come” lo devo fare». 

Sapere, saper fare ed essere: tre pilastri intorno ai quali ruota la sua “missione”. Conditi di entusiasmo. Perché l’entusiasmo è contagioso e l’esempio è la prima regola del comando. Rodolfo Sganga è innamorato di quello che fa: il “mestiere delle armi” come lo chiama, un «attaccamento a determinati valori, che devono contraddistinguere chiunque veste un’uniforme». Dal settembre 2019 è a capo dell’Accademia Militare di Modena, dove da 160 anni vengono formati gli ufficiali dell’Esercito italiano.
Generale di divisione dei paracadutisti, iper-sportivo manco a dirlo, lauree in Scienze Strategiche e Scienze Politiche, alcuni Master, missioni in Kosovo, Afghanistan e Libano, addetto militare all’Ambasciata d’Italia a Washington, Medaglia d’Argento al Valore dell’Esercito, Croce d’Argento, Croce di Bronzo, solo per citare le più importanti decorazioni. Ha sentito il richiamo dell’uniforme appena partito per il servizio di leva: superate le selezioni è entrato come allievo in quel tempio del comando di cui oggi è a capo.

Generale, cominciamo con un’occhiata al passato: pro o contro il vecchio servizio militare?

«Quello che fa un professionista oggi è impossibile venga replicato dai militari di leva, per ovvie ragioni. Il livello di specializzazione è altissimo e non comparabile con quello dei ragazzi che servivano il Paese per un anno. Sul fatto che formasse dal punto di vista dei valori e del rispetto degli altri sono in parte d’accordo, anche se dovrebbero essere insegnati dalla famiglia e dalla scuola. Sarei più favorevole a un sistema complementare a quello professionale, da dedicare per esempio alla protezione civile o ad attività meno specialistiche, ma la decisione è politica».

Nonostante le origini risalgano al 1678, anno di costituzione della Reale Accademia Sabauda, per poi attraversare con diverse denominazioni tutta la storia d’Italia, l’istituzione modenese non ha perso il suo fascino: 9.500 domande per 150 posti solo nell’ultimo anno. Gli aspiranti devono superare prove di cultura generale, lingua italiana e straniera, matematica, test psico-attitudinali, visite mediche e infine un tirocinio di trenta giorni con un regime di vita del tutto simile a quello dei due anni successivi: una sorta di prova generale. Una volta entrati, il tasso di abbandono è bassissimo: «Li prendiamo per mano e cerchiamo di costruirli, non c’è più una fase selettiva vera e propria. Qualcuno abbandona di sua volontà, ma parliamo di massimo dieci persone a corso: realizzano che non è la vita che si aspettavano». La qualità dei ragazzi è altissima, secondo il Generale Sganga, «sono molto motivati e dimostrano veramente una marcia in più: potrebbero superare qualunque percorso universitario». Magari meno inclini di un tempo all’attività fisica, ma l’Accademia colma tutte le lacune.
Certo, il soldato moderno è più tecnologico che in passato e oggi bisogna essere in grado di maneggiare computer e sofisticati sistemi informatici, ma senza dimenticare le vecchie e buone abitudini, «perché se il Gps si rompe, devi sempre saperti arrangiare con bussola e cartina».
Diversi i percorsi formativi, che spaziano dalle varie Armi di Fanteria ai Carabinieri fino alla Sanità militare. Si studiano materie specifiche di ogni specialità, ma anche armi, topografia, etica militare, scienze politiche, lingue e tanto altro. Così come non mancano le attività pratiche: dal tiro all’orienteering militare, dal “corso di ardimento” ai lanci col paracadute. Senza contare le possibilità di visite e scambi con accademie di altri paesi, in ambito europeo, extra-europeo e persino con la celeberrima West Point degli Stati Uniti. 

La natura della guerra è rimasta la stessa da secoli, è cambiato il modo di combatterla: «Noi ci prepariamo al peggio: gli ufficiali devono essere in grado di comandare le unità in combattimento, con stress e pressione enormi». Alla base di tutto occorre costruire lo “spirito di corpo”, «un legame fortissimo che si crea tra membri della stessa unità e si alimenta sostanzialmente in due modi: con il sudore e il sangue. Il secondo, purtroppo, fa riferimento alla guerra e si spera sempre di evitarlo, invece il primo si ottiene superando insieme le difficoltà, perché il lavoro di squadra permette di conseguire obiettivi superiori a quelli che si raggiungerebbero sommando quelli dei singoli». 

Alla fine, chi ha il comando, si tratti di un plotone o di un Corpo d’Armata, deve imparare a portare il peso delle responsabilità e delle decisioni che prende. «In Afghanistan, dove in estate si dormiva sotto una tenda a 50 gradi, la soddisfazione più grande era veder rientrare i paracadutisti da un’operazione -magari durata giorni e con scontri a fuoco- che nonostante la stanchezza mettevano in ordine l’equipaggiamento e pulivano le armi, consapevoli che l’indomani sarebbero usciti per rifare la stessa cosa: credo sia l’apice dell’essere soldato».

Si, una volta tanto ce lo riconoscono tutti: siamo bravi noi italiani nelle missioni internazionali, «anche perché ci prepariamo in maniera molto accurata ad operare nello specifico teatro, studiamo usi e costumi della popolazione: è molto importante per i militari rispettare la cultura locale».

Ma a lei personalmente il “battesimo del fuoco”, con il nemico che spara sul serio, cosa ha lasciato? «La consapevolezza che ci sono voluti 25 anni di lavoro per arrivare pronto a quel momento. Ci si prepara una vita per affrontare quell’evento in maniera consapevole e corretta». 

Uomini o donne che siano: con un 20 per cento circa di presenze femminili, l’anno scorso in Accademia è stato segnato un passaggio importante e per la prima volta una ragazza è arrivata al vertice della classifica. «Allieva del corso di Sanità, quindi studentessa di Medicina, è risultata prima nello studio, nell’addestramento, nell’educazione fisica e nell’attitudine militare: qui non ci sono quote rosa o posti riservati, quello che conta è il rendimento complessivo». E comunque, stipendio mensile per tutti gli allievi, equiparato ai volontari in ferma prefissata dell’Esercito. 

Finito il biennio a Modena, nominati Sottotenenti (primo grado degli ufficiali), fatti salvi specifici percorsi (come Carabinieri o Sanità) il proseguimento naturale degli studi è la Scuola di Applicazione di Torino dove si ottiene anche la laurea in Scienze Strategiche.

«La forza del nostro esercito è di avere delle pedine operative, le Brigate, diversissime tra loro, ma in grado di esprimere un ventaglio di competenze specifiche che garantiscono una grande flessibilità operativa».

Per farle funzionare al meglio ci vogliono uomini e donne che abbiano confidenza con i tre pilastri del Generale: sapere, saper fare ed essere.

«Competenze culturali, tecnico-professionali e “telaio” di valori etico-morali in cui si antepongono i doveri ai diritti e l’interesse comune a quello del singolo». Il lettore maligno penserà che servirebbero anche in altri contesti. Inutile infierire… 

Paola Jacobbi

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Carlo Bocchialini
Giornalista con un breve passato da avvocato, per le riviste del gruppo Rizzoli – Corriere della Sera, ha realizzato servizi e reportage in Italia e nel mondo per poi approdare a Parigi come corrispondente durante la presidenza Sarkozy. Ha collaborato anche con vari periodici e quotidiani nazionali. È stato professore a contratto di “Linguaggio del giornalismo” all’Università di Parma e si è diplomato in Terrorismo Internazionale all’Università di St. Andrews in Scozia. Appassionato di arti marziali da più di trent’anni, insegna Krav Maga, disciplina israeliana di difesa personale, di cui è cintura nera 2° dan e istruttore federale. Studiando la materia ha creato il metodo “Metis Krav Maga”, che coniuga difesa “fisica” con prevenzione, strategia e gestione dello scontro. Sulla materia ha pubblicato “Imita la tigre – Manuale di difesa personale per uomini che vogliono difendere le donne (e per donne che intendono farlo da sole)”, in vendita su Amazon. (La foto è merito di Gio’ Rossi.)

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1 Commento

  1. Penso che per soccombere a questo modo frivolo che L’ Italia oper lo meno la generazione che in calza l’ attimo oggi dovrebbe viverla con quello spirito di leva obbligatoria di ieri ed il principio dello spirito Accademico di oggi per poter sedere a compiere gesta da Leoni e non da pecora.
    FOLGORE 9/83–89758–80C.

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